Se questo è un motto

Treccani definisce così il termine motto: “Detto sentenzioso, massima morale o moraleggiante”.

Da questo blocco di partenza, a complemento delle riflessioni su “Essere più che sembrare”, mi cimento ora in una pagella virtuale dei motti ufficiali della Nunziatella nella storia:

1787-1805 – Arma, viri, ferte arma

1806-1815 – Multos labores, magni meritis

1816-1860 – Arma, viri, ferte arma

1861-1931 – Et pace et bello

1932-1944 – Victoriæ regem dedit

1945-oggi – Preparo alla vita ed alle armi

Il primo, fatto salvo per il periodo “francese”, è finora il più longevo. Trae origine dall’opera di Virgilio (Eneide, II.668) e fa riferimento all’esortazione di Enea di combattere fino all’ultimo sangue per vendicare la strage di Neottolemo nella rocca d’Ilio, poco prima di optare per la fuga che lo avrebbe portato in Italia.

Se interessante si può ritenere il riferimento classico, non sembrano esservi collegamenti ovvî in relazione ad un istituto di formazione militare durante un’epoca relativamente pacifica del Regno di Napoli (gli storici sapranno correggermi o offrire ipotesi) se non prendendolo alla lettera, ovvero “le armi, uomini valorosi, portate le armi!”: un’invito che suggerisce un senso di fretta nell’elevare la propria condizione da qualla di giovane a quella di militare. «Vir» è l’uomo dotato di una forza dirompente «vis, βια» nel pieno della «vita, βιος».

Forse si voleva enfatizzare, a fini formativi, l’importanza non solo di combattere onorevolmente ma anche di sapersi rialzare, di ricostruire, dall’orrore della sconfitta più totale, il futuro di una nazione come fecero i superstiti Troiani.

Insomma, un motto di nobilissime origini, energico e bellicoso in superficie (6-) ma, per chi vuole scavare, di un realismo disarmante (8+).

“Multos labores, magni meritis” ci ricorda innanzitutto, a prescindere dai contenuti, l’importanza delle parole: è senz’altro questo il motivo per cui la sua durata coincide con quella del regno del fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte.

È un latino monco, due frasi con due verbi sottintesi: “(abbiamo fatto) molte fatiche, (siamo) grandi per i meriti” – insomma, ci siamo guadagnati la gloria con il sudore.

Seppure più plebeo, è un motto che prende le distanze dalla vaghezza del mito e spiega chiaramente la relazione tra sforzo e risultato. È monito ed esortazione al tempo stesso ed estende i suoi orizzonti al di fuori della sfera militare, non un tatuaggio di appartenenza ma qualcosa di più ambizioso: un’ispirazione per la vita (8.5 per i contenuti, 5 per la forma).

“Et pace et bello”: anche qui la data ci ricorda il cambio di passo portato dall’unificazione dell’Italia. Timido e neutro, il suo pregio sta, a mio avviso, nel rappresentare il sincretismo dei motti passati (l’uno esplicitamente marziale, l’altro esplicitamente generale) e mettendo in evidenza la valenza dell’esperienza formativa della Nunziatella sia in ambito civile sia in quello militare. Pare assente la valenza morale, la vigorosa ispirazione che ben si addice ad un’Istituzione pensata per chi si incammina verso l’età adulta (6+).

“Victoriae regem dedit” merita, a mio avviso, un bel 3! Si riferisce chiaramente a Vittorio Emanuele III, che frequentò la Scuola durante l’adolescenza, e alla vittoria militare della 1a guerra mondiale.

Le tempistiche suggeriscono più un atto di lecchinaggio (…forse una visita ufficiale al vecchio collegio?) che un passaggio storico-politico. I contenuti sono scevri di motivazione idealistica se non per i monarchici più ferventi (che potevano vedere naturalmente il Re, la Vittoria e la Nazione come una sola cosa). Il soggetto sottinteso qui è la Nunziatella, madre sì di tutti gli Allievi ma con un figliuolo prediletto…Un non-motto!

Veniamo dunque al dopoguerra del 1945: cambio radicale di governo e puntuale cambio di motto.

“Preparo alla vita e alle armi” ha il pregio di esprimere la modernità della lingua italiana e di riconnettersi ai motti storici: è più chiaro di “et pace et bello” e riflette l’importanza di una formazione marziale parallelamente a quella più generale dei primi due motti rispettivamente.

Eredita anche – purtroppo – la Nunziatella come soggetto dal “motto reale”, tagliando le gambe all’Allievo che diviene oggetto, prodotto di un’Istituzione che pare autoreferenziale. La valenza morale ne esce neutralizzata, sostituita da una spada di Damocle, una voce che sussurra per la vita: “io ti ho preparato, ora tu perché hai fallito?”.

Non è un caso che nessuno degli altri motti militari Italiani è focalizzato sull’Istituzione…Si concentrano invece tutti sui suoi attori e sui simboli a cui essi devono ispirarsi!

4.5 rosicato?

Quanto sopra è una collezione di considerazioni soggettive, con l’intenzione di stimolare e non di offendere, sarà un piacere ricevere (ed integrare) opinioni anche del tutto opposte oltre a precisazioni e apporti da parte di chi è più preparato di me sugli argomenti.

2 comments

  1. Come dice il nostro amico “penultimo”, ci sono concetti che trascendono il semplice motto. La lealtà, la fedeltà alla parola data e la generosità sono espressioni che si fanno propri a prescindere da una scritta sul muro. E poi, il sentimento di nostalgia di ognuno di noi, quando legge o ascolta quei motti, fa il resto.

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  2. Reblogged this on lellone.

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