Ghegheneso me dedokeso

ESSERE PIÙ CHE SEMBRARE

… È il motto nunziatellico (non ufficiale) forse più citato ed amato dagli ex-Allievi degli ultimi quattro decenni.

Fu fatto dipingere in Aula Magna, nella prima metà degli anni ‘70, dall’allora Comandante Silvio Martino. Come ogni cosa nuova, non attecchì istantaneamente con i cadetti dell’epoca (la brevità e il carico di “gravitas” contenuti in un’espressione proverbiale possono essere un’arma a doppio taglio… il Machiavelli addirittura ne stravolse cinicamente la versione latina in “videri quam esse”) ma, con il passare del tempo, quelle parole penetrarono nel cuore degli inquilini temporanei della Scuola.

Parole dalle radici nobili e antiche: Cicerone le aveva citate nel “De Amicitia” (“virtute enim ipsa non tam multi praediti esse quam videri volunt”) – anch’egli ironico nel denunciare la tendenza a volere competere, per quanto attiene alla virtù, in apparenza piuttosto che in sostanza – e, molto prima, Eschilo nei “Sette contro Tebe” (“οὐ γὰρ δοκεῖν ἄριστος, ἀλλ᾽ εἶναι θέλει” – ou gàr dokeîn áristos, all’ eînai thélei, ovvero: “non vuole sembrare, ma essere il più valoroso”) – a sottolineare, questa volta in luce positiva, le qualità morali del sacerdote-indovino Anfiarao.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

“I sinonimi non esistono” – ci ricordava il Professor Claudio Ferone – “ogni singolo vocabolo ha la sua storia e il suo perché”. Il linguaggio, scienza archetipale, magia resa invisibile dall’uso quotidiano, racchiude infinite interpretazioni soggettive dello stesso termine …figuriamoci di uno simile! Per non parlare della traduzione, mercuriale processo di trasformazione: la stessa frase in due lingue diverse sembra, ma è ben lontana dall’essere, uguale. Non bisogna essere esperti per rendersi conto che l’enunciazione in un idioma specifico – si pensi ai dialetti! – racchiude un universo di connotazioni semantiche legate alla tradizione del popolo che con quell’idioma comunica.

IL GIOCO

Partendo da questi presupposti, mi sono cimentato in un gioco mentale sul significato di “essere più che sembrare”, la cui versione italiana è erede diretta di quella latina.

Nell’elevazione di ESSE QUAM VIDERI a motto, il modo infinito dei verbi è utilizzato in tutta la sua potenza espressiva di messaggio trascendentale, carico di fascinosa ambiguità: si tratta forse di un’esortazione per chi legge? O di un’affermazione che descrive il carattere ideale di chi è tenuto ad osservarla (in questo caso gli Allievi della Scuola Militare)? Oppure di una banale ovvietà? E… che vuol dire “Essere”?!? Esistere, essere vivo, comportarsi in un certo modo? E “Sembrare”? Imitare, far finta? Il senso emerge nella contrapposizione dei due: l’”Essere”, per risplendere nella sua purezza, non deve indossare la maschera del “Sembrare”. …C’è di più? Senz’altro, se si fa ricorso all’interpretazione soggettiva. In fin dei conti, quanto significato specifico – ammesso che si voglia essere specifici – è possibile realisticamente comprimere in 3-4 parole?!?

A questo punto il gioco mi porta al Greco Antico, che eleggo a veicolo ideale per dare più incisività e spessore semantico al detto in questione. Pertanto, reinterpretando nella lingua di Socrate, propongo:

ΓΕΓΕΝΗΣΟ ΜΗ ΔΕΔΟΚΗΣΟ

(gheghèneso, mè dedòkeso)

…Solo uno scambio di simboli, di parole? Forse no. Vediamo perché.

AFORISMI GRECI

Innanzitutto, scelgo l’imperativo invece dell’infinito: “SII, NON SEMBRARE!”. L’imperativo è il modo consueto degli aforismi attribuiti ai “sette saggi” dell’Antica Grecia (spesso limitati a due sole parole – anche chi ha frequentato lo Scientifico riconoscerà ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ=conosci te stesso!): il proverbio è indirizzato a te che leggi – è una direttiva, non una frase contemplativa!

ASPETTO

La vera chiave di volta, tuttavia, sta nel tempo del verbo: si tratta di un “imperativo perfetto”, forma che non esiste né in in Latino né in Italiano. Ora, il perfetto greco è solo vagamente equivalente al passato prossimo italiano ma, sotto la scorza ha una marcia in più: l’”aspetto” – una caratteristica verbale paleo-greca che trascende la dimensione esclusivamente temporale. Grazie all’aspetto, il perfetto greco può avere “valore stativo”, ovvero esprimere una condizione che permane nel presente come conseguenza di un’azione passata; in questo caso, in Italiano, si traduce con il …presente!

HO VISTO QUINDI SO

L’esempio più celebre è οιδα (oida), letteralmente: “ho visto”, ma si traduce con “SO”!!! – Cioè, quando il Greco vuole dire che “sei a conoscenza di qualcosa in virtù del fatto che l’hai vista”, ecco che tira fuori dal cilindro il perfetto del verbo “vedere”!!!

Compresa la natura di questo tempo+aspetto verbale, è possibile ora accettare l’esistenza di un imperativo perfetto: un ordine riferito al passato non avrebbe senso se l’eco del perfetto greco non potesse risuonare nel presente!

TORNIAMO A ΓΕΓΕΝΗΣΟ MH ΔΕΔΟΚΗΣΟ

Il primo termine, gheghèneso è l’imperativo perfetto di ΓΙΓΝΟΜΑΙ (ghignomai), una sorta di verbo “essere” greco (“Qual è il verbo latino equivalente al greco ghignomai?” – mi chiese il Professor Ferone alla prova orale del concorso di ammissione alla Scuola – “Gigno, gignis, genui, genitum, gignere – si ritrova in Italiano con generazione, genitore” – …perché me lo ricordo ancora come fosse ieri?!?).

Trovo questa radice verbale etimologicamente interessante perché esplicita il concetto di essenza come risultato dell’”essere stato generato”… un po’ come dire: “esisto perché sono nato” – una precisazione che indica l’esistenza delle creature viventi non come stato generico senza inizio né fine ma come stato naturale, un divenire che ha un preciso punto di partenza: il più recente dei ponti ininterrotti nel ciclo di riproduzione dall’inizio dei tempi.

Quindi: “SII!” – Sii degno rappresentante, nella tua testimonianza quotidiana, dell’intera storia della tua famiglia e…ΔΕΔΟΚΗΣΟ = ”NON SEMBRARE!” – secondo verbo, preceduto dalla negazione MH, anch’esso imperativo perfetto. L’ho scelto, di nuovo, in questa forma per sottolineare il fatto che “se HAI FATTO finta ieri, oggi SEI una nullità, un fantasma”.

Inoltre il verbo ΔΟΚΕΩ (docheo) ha la stessa radice di ΔΟΞΑ=doxa=opinione popolare (…è pure un marchio: avete presente le “indagini doxa”?) ed esprime un significato più preciso del generico “sembrare”, poiché definisce chiaramente il fatto di affidarsi all’apparenza, agli occhi degli altri, nel decidere la propria condotta.

TRADUZIONE FINALE

ΓΕΓΕΝΗΣΟ MH ΔΕΔΟΚΗΣΟ

“Esprimi il potenziale concessoti da chi ti ha messo al mondo, non essere lo spettro delle opinioni altrui!”

MORALE

Questo gioco linguistico ci ricorda, in tre parole, la Nunziatella, l’importanza della famiglia e della tradizione, la vacuità delle apparenze, l’importanza delle conseguenze delle nostre azioni, la sacralità universale del Latino, la bellezza e la dimensione umana del Greco Antico!

2 comments

  1. To be, or not to be, that is the question…

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  2. Marcello Di Maio · · Reply

    Bellissima interpretazione

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