Penultimi
di
Francesco Forlani
English Translation a cura di Gabriele Albarosa
Clickando sui numeri delle poesie si può saltare tra la versione originale in Italiano e quella in Inglese.
Sono davvero poche le cose che il penultimo
chiede alle cose, a volte solo un segno, un cenno,
da parte a parte della vita, ma inequivocabile
preciso che non solo ti indica il cammino e la distanza
ma sembra quasi che ti tenga la porta al vivere.
Basta un sorriso, davvero poca cosa, al penultimo
incrociato o seduto a una fermata o nel cliq claq
dei portali dei convogli, un cartellone pubblicitario
che però si sovrappone per pensiero al tuo
un viaggio esotico, un panorama, i versi di René Char.
Basta davvero poca cosa, ma preziosa, al penultimo
per sentirsi seppur minima parte, un pezzo di questo mondo
così i tre boccioli di rosa sulla piattaforma, in pieno inverno
di piena neve, sussurrano courage, la primavera avanza.
Oggi ai penultimi parevano più nitidi i canti degli uccelli
in queste variazioni di luci e di stagioni
così ad aspettare il convoglio v’erano più dei tanti,
dei soliti in capo o in coda, a seconda del destino.
Ora che siamo a bordo e i gomitoli di lana sopra al capo
degli uomini, il tremolìo nei tratti scoperti della sopraelevata
quel tumulto, dicevo, pareva l’eco dei carrelli alle miniere
e delle scale mobili di Montparnasse degli ascensori
però non verticali ma obliqui, da un punto all’altro.
C’è nei foulard delle donne in questa alba buia,
nella cura dei nodi la timida traccia di un presente
senza memoria alcuna della faccia e senza oblio
qualcosa di simile al tenue profumo degli alberi
all’uscita di casa, ai più nitidi canti degli uccelli.
C’era che nel passaggio, sulla tratta
i vetri lasciavano vedere la preghiera
dei penultimi, la trasparenza.
Il capo chino su un lato
o appena appena sollevato
sopra il mento, dei passeggeri,
tra le loro file, sedili a quattro, corridoi, gli strapuntini aperti.
C’era che gli occhi socchiusi
– che la causa confonde con il sonno –
suggerivano la grazia delle icone,
delle parole raccolte – magari
tra i muri di poco prima- e rivolte
ai Signori penultimi.
Sissignore, perché per ogni casta
– più o meno pura- c’è qualcuno
che difende i diritti degli uni,
che si fa pregare e quelli pregano, socchiudono gli occhi, nella tratta
che da Nation va a Montparnasse
– Parnaso monte, regno di dei penultimi.
Non pensavo potessero le cose
essere penultime, possedere un tempo,
non la semplice durata proprio
l’estensione immisurabile di un corpo.
Al 127 della Rue de Charenton
appoggiato in un angolo uno specchietto
da bagno sul marciapiede,
con una lettera appiccicata sopra
agli uffici rivolta delle cose ingombranti.
Non era sbrecciato, rotto, graffiato,
annerito negli angoli come lo era quello
dei miei genitori che faticava a scorrere
nella canalina e s’impuntava quasi sempre
chiuso, facendo prigionieri la lametta,
spazzolino e dentifricio, un niente.
Quello specchietto sulla strada
con la sua lettera raccomandata, immacolato
sembrava ignaro del trasloco,
e senza più brame del padrone di casa,
sentinella silenziosa dei nostri passi
riflessi pareva una portiera quasi felice.
Accade a certi gesti di somigliare ad altro
smarrire il senso originario della rosa e il suo profumo
– a rose is still a rose –
e proseguire per altri campi ed altri venti correre.
Così il penultimo uomo stava per strada raggomitolato sulla grata e dalla vetrina
della farmacia illuminato per metà,
quella che corrisponde al fianco su cui dorme.
Vedere la sua faccia sorpresa da sveglia
non quella generale delle attività delle isole
ma l’altra, così simile alla voce che riprende,
sgrida, ammalia nei sogni e ti risveglia.
Nel cuore della notte ti fa palpitare
un rumore di qualcosa in genere,
di qualcuno in genere la voce,
ma non c’è nessuno di fronte a lui.
Tranne la luna che è allineata al tetto e tranne me che gli passo accanto.
Interstizio
è alla fine del giorno, è quando ci siamo già detti, ci batteremo, ci batteranno o vinceremo, che accade il pensiero e quando mi servono su un piatto di lava la carne che sa di fuoco, in salsa di pepe verde e insieme al vino rosso, mi accorgo, in questa solitudine che non fa rumore, né pena, di loro, soldati prigionieri delle loro uniformi che osservano me e sembrano dire che il fronte, che lo dice anche il nome, è quello che sta di faccia non alle spalle anche se corre il pensiero, in piccoli casi come questi, ai caduti in battaglia, a tanti, troppi, più giovani di te che non ce l’hanno fatta a passare il guado, a mantenersi vivi. Dovremmo forse smettere di pensare alla vita in modo militare, accettare la resa alle cose nell’ordine naturale in cui ci parlano, generalmente alla fine del giorno.
Se ne stanno seduti i penultimi
alle cinque e mezza del mattino
tutti occupati i sedili sulla banchina
prima che il primo treno del giorno
salpi e porti per mari di moquettes
e vetri negli uffici le donne delle pulizie
o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani
senza più nulla chiedere né altro domandare
– colpisce del signore ben vestito accanto
la cura che malgrado il buio dell’ora
ha messo nel lucidare le sue scarpe.
Fa un certo effetto vedere passare senza sosta
il primo treno senza persone, scivolare via
fino al capolinea da cui ripartirà subito dopo
come se fosse quella la rincorsa necessaria,
e pare salutare tutti come un medico
che all’orario di apertura ai pazienti sussurra
– buongiorno, nella sala d’attesa, senza indossare il camice
e fa solo un cenno per aria a dire,
è ora, siamo pronti a partire.
Come penultimi oggi eravamo tanti
e del nuovo anno avevamo l’estro
di schiena diritta non piegata ancora dall’ora presta, dal rintocco genuflesso.
E sul tratto di strada – questo volevo dire –
che ci separa, stavolta all’uscio dei portoni
v’erano pini muti e senza luci,
su un lato riversi parevano dormire,
Custodire tra i rami come nidi il ciuffo
dei sogni sognati dai bambini coi pacchetti
regalo degli adulti apparenti donatori.
Così ci diamo al mondo anche noi.
Interstizio
Stasera dopo cena, rientravo lungo il viale che dal Castello di Diane porta alla scuola in cui insegno. Per via degli scioperi mi hanno messo a disposizione una camera in un alloggio di servizio. Ho così rifatto il percorso che di solito faccio in senso inverso, ma v’era lo stesso istante di luce sospeso tra l’alba, quando in genere arrivo e il crepuscolo, che non sai bene ma che riconosci dalla fatica a cosa corrisponda, una fine della giornata. E mentre attraversavo il cortile muto che poche ore prima respirava voci e grida, animato da decine e decine di zaini colorati, di gambe, di felpe, ho pensato a tutte quelle volte che mi era capitato di percorrere una spiaggia a sera deserta, fuori stagione, un campo di calcio dismesso, un luogo qualunque della memoria abitato dalla compresenza di quello che era in un tempo prima nel pieno e di quello che appariva ora nel vuoto. Alla maniera di certi musei che per strane ragioni ci è capitato di visitare senza alcun pubblico, ho percepito in modo chiaro quanto le cose ci dicano sempre più di quanto non si sia in grado di sentire veramente. Perché la vita fa rumore e le cose ci fanno da specchio.
Perfino tu, penultima luna
te ne stai appoggiata su un tetto
come una virgola ingrassata
e gravida di penurìa di tempo.
Così ripenso a quella notte
che alla coperta del clochard
distesa sul marciapiede, sulla grata
del metrò che sbuffa ad ogni ora
era cresciuta la faccia con un raggio
di luna che la faceva pulita e fine
come la maschera del poeta Baudelaire
al cimitero a Montparnasse
E bello è stato, quando oramai il vagone
lambiva l’incerto confine della Normandia
levando al cielo gli occhi ed il cappello
vederti alta in firmamento scuro come un’origine.
Cari penultimi vi devo raccontare
di come per tratti di strada
a quest’ora che perfino il vento pare
sussurrare cose dai portoni delle case
la Ville Lumière espone dei tableaux vivants
nella morsa di freddo e tra le grate
che sbuffano nuvole di fumo bianco.
Ora i due amici sulla strada coricati
come un allora facevamo da bambini
capa e piedi, cappa e spada,
come una scarpa fa con l’altra
per guadagnare spazio in quella congruenza.
Mentre più in là oltre l’insegna
ci sono i due amanti sopra a un materasso
matrimoniale e senza muovere un dito
– a stento respirare –
come il filo al gomitolo l’uno intorno all’altra.
Così mentre scendo le scale
appena illuminate dalla scritta gialla
mi chiedo quando è stato
che il vulcano ha incendiato i corpi
e ricoperto di cenere ogni grazia.
Haiku penultimo
Oro colato dal marciapiede,
cascata di calore la coperta
in cerca di un corpo
Trafic ralenti, perturbé, inexistant dice la voce
così che la banchina alla fermata Dugommier
presentava il numero doppio di penultimi
raggruppati per fasce orarie ormai divelte
dall’incidente tecnico sulla direzione Etoile.
Ho immaginato allora – quando alla rampa è apparso
il solito convoglio e siamo saliti in massa –
che sulla tratta sarebbe stato un florilegio di squilli
di telefono per donne delle pulizie non presenti
come da contratto negli uffici, manovali assenti dai cantieri,
i professori dalle cattedre e impiegati dalla macchina
che amministra il tempo degli uomini e delle donne.
Invece era calato il silenzio interrotto soltanto dal segnale
di chiusura delle porte alle fermate, nessuno dal mondo
sopra di noi sembrava averci fatto caso, essersi accorto
della presenza di ciascuno dei passeggeri oltre l’assenza
ed è così che ho appreso, perturbé, dei penultimi l’inesistenza.
Interstizio
Nelle storie d’amore ho a volte come l’impressione che tutta la propria storia, le proprie storie d’amore, non siano altro che il tentativo di forgiare le armi che in quella prima grande storia avrebbero potuto salvarci dalla disfatta. E accade che anno dopo anno tanto più l’esperienza accresce la consapevolezza della propria invincibilità quanto più si sa con estrema lucidità che non ci sarà mai più nessun nemico ad affrontarci in campo aperto.
C’est l’heure! C’est l’heure!
pare che dica dall’alto della torre
l’orologio che domina la strada
e il palazzo della Mairie del dodici.
Dei penultimi ora mancano all’appello
i bianchi, le donne delle pulizie,
i commessi viaggiatori e i pendolari
ci sono solo gli operai e la pelle è nera. (per lo più, innanzitutto)
Poco distante c’è un signore
che a prima vista pare normale
pure a quell’ora che è minima
se non avesse per calze delle buste
di plastica che dall’orlo sbuffano.
Le ginocchia di un manovale
contro le mie altrettanto
impegnato nel flusso passeggero
della prima metro.
E ce ne stiamo attaccati
studenti ed operai
come le lancette
di un orologio che segni
l’esatta metà del giorno
(e della notte)
c’est l’heure! c’est l’heure!
Così penso alla runner
incontrata all’incrocio poco prima
e al braccialetto che portava al gomito orologio anch’esso divenuto
da misuratore del tempo contabile dei passi.
Nelle ore in cui soltanto i topi
la fanno da padrona
e l’eco dei passi non li sveglia
né li fa fuggire dalle feritoie
che accolgono l’asfalto delle strade
s’ode dei matti l’orazione
alle stelle ormai scappate via
una nenia che è una forma di preghiera
una ninna-nanna al cuore che protegge
il sonno in quell’ora presta dei piccini
disseminati nei palazzi tutti intorno
cullati da lucine di notte disposte dalle madri
ma sono loro, i matti, che sorvegliano i sogni.
All’alba il paesaggio dei penultimi non ha colore
le cose se ne stanno nella tinta pastello, in un virato
seppia, che i contorni confonde e con essi i volti
di chi incontri per strada, ora un matto, un clochard
che ti chiede l’ora per finta, pochi spicci, una parola.
E si succedono le stagioni con un segno, la luce
che guadagna tempo, si nutre del buio e corre
la mattina presto e cambia l’angolo di strada, la fermata,
l’ingresso di casa, lo spigolo di muro, l’edicola muta.
Però sulla parete scorge la poesia delle vocali
il florilegio dei colori che il suono della lettera
la bocca fa tremare, la suggestione ingroppa.
A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu, voyelles,
sposano la luce e fanno che a parola la cosa esegua,
il rosso della rosa rossa e il nero del cartello.
E pare dire amore in quello stesso tempo.
Nel primo vagone dei penultimi un profumo
c’era quest’oggi a fare il macchinista
di quel tipo di viaggio che assomiglia
a certi momenti che la mente vaga
e a un inutile dettaglio, una cosa viva
timida s’aggrappa prima e poi con forza afferra
la provvida catena che ogni anello tiene,
aggancia, così di quel profumo di colonia
più forte ancora era il ricordo del rumore
della sua guancia che brillava e risuonava
dello schioccare delle dita aperte sul viso
come si fa con un muscolo della gamba.
Ed il voltarsi della faccia di mio padre
verso la mia, che da parte a parte scarta lo specchio
mi fa ricordare giovane lui e ora me più vecchio.
Interstizio
Sono stato a una serata di compleanno con il mio amico fraterno Skillo. C’era bella gente e un architetto palermitano che mi ha detto: sono di destra. Poi abbiamo mangiato il suo timballo spettacolare e tra una forchettata e l’altra mi ha detto che suo nonno era della X(decima) Mas. Io gli ho detto che quelli della Decima Mas erano stati marinai ancor prima che fascisti. Poi ho salutato tutti perché i ritmi impongono parsimonia delle ore. Così ha voluto a tutti i costi che prendessi un po’ di timballo- da me molto apprezzato- per casa. Mi ha preparato uno strano sacchetto di plastica con un doppio piatto di carta a chiudere tutto. Ho preso al volo un 26 che andava fino a Nation. Eravamo in un crocevia di rue fondamentali a Belleville, Rue de l’Ermitage e soprattutto la Rue des Cascades, quella dell’anarchico Espace Louise-Michel, e della canzone di Yann Tiersen. Sul tragitto scaldavo il timballo con le mani giunte. Arrivato a Nation realizzavo che dalla Place partono due boulevard filosofici, Bd Voltaire e Bd Diderot, a fondare la nazione. E mi sono anche reso conto di abitare da tre anni nel filosofo che preferisco, Diderot. Percorrendo il tratto di strada che mi separa da casa ho incrociato due penultimi. Lei dormiva sottocoperta e lui periscopiava il mare d’asfalto come un naufrago perlustra le distese d’acqua in attesa di aiuto. Ha incrociato il mio sguardo e mi ha chiesto qualcosa da mangiare – non denaro, non amore, non cielo- e mi è parso naturale porgergli il timballo che avevo tenuto al caldo fra le mani fino a poco prima. Gliel’ho lasciato dicendogli, è tutto quello che ho e sono andato via. La X Mas aveva colpito nel segno dell’amore come se quell’acronimo significasse Natale (Christmas).
Nel mare – pensavo – non ci sono penultimi
e l’onda incede il passo pare affiorare solo
nell’ultimo tratto, alla risacca, e la deriva
silenziosamente scorre – il tempo d’amare
sul fondo l’anima scandaglia e imbianca –
nell’incessante ritmo delle correnti, il giorno
che all’alba appare traccia orizzontale
di vastità e regale solitudine di sale.
Accade talvolta ai penultimi nel dormiveglia
di intravedere cose, smettere di ragionare
e lasciarsi portare dalle cose stesse
per strade impraticate e smesse.
Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare
da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto,
sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa
e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola,
assistere come me discreto, al florilegio di luci
verdi e rosse, e gialle intermittenti a tratti sull’asfalto
del crocevia e impartivano ordini come marescialli d’antan
a un’armata di disertori, a soldatesche assenti.
Nei comandi di luce dei semafori
piegati ad arco sulle strade vuote
risuonavano i principi e la carta dei diritti
umani urlati a una città deserta.
Interstizio
Per strada con la mia collega di spagnolo Sandra ascoltavamo Cesaria Evora. Poiché Sandra è portoghese mi sono fatto tradurre la canzone che avevo ascoltato l’anno in cui era uscita e da cui non mi ero più separato. Così lei mi ha tradotto le strofe man mano che l’ascoltavamo. Non credevo che la frase d’attacco fosse una domanda, netta, precisa quanto la risposta.
Chi ti ha mostrato
questo lungo cammino.
Chi ti ha mostrato
questo lungo cammino
questo cammino per São Tomé?
Sodade Sodade Sodade
della mia terra di São Nicolau.
E allora mi è venuta in mente l’altra canzone della strada, Chan Chan di Compay Segundo, dove si ritrova questa poetica della distanza e in cui la strada la fa da padrona. In entrambi i casi, c’è una dimensione corale, la musica trascina gente, persone, mondi. Qualche giorno dopo, mentre tornavo a casa in taxi dominato dalla stanchezza una macchina davanti a noi si è lanciata in uno strano inseguimento, pericoloso e insensato. Al che il tassista ha commentato: “il ne peut pas faire à sa tête, la rue c’est un partage.” Non può guidare a cazzi suoi, la strada è una condivisione.
Così ho capito tutto ad un tratto come se fosse un’illuminazione imprevista e provvida, che davvero non ha senso dire cose tipo: ognuno deve prendere la propria strada, questo è il mio cammino, ecc, perché la strada non è per persone sole, il cammino è sempre e comunque di tutti.
27 settembre 2017
la prima Poesia I Penultimi
Come davanti alle vetrine dei negozi
della haute couture in Avenue Montaigne
così il convoglio dei penultimi
passa davanti alle metrò dei ricchi
e famosi l’Odéon, St Germain de Prés valgono il passaggio in questa vera alba perché nero è il colore della pelle
e perché fuori l’alba è ancora senza luce.
Interstizio
da quando ho cominciato questo nuovo lavoro d’insegnante nelle scuole medie di quasi Normandia ho insieme alla fortuna di sentire le temperature del tempo degli adolescenti, il doppio privilegio di “aprire” il metrò di Parigi alle cinque e mezza e di condividere con i penultimi la tratta che va da Nation a Montparnasse. A loro va la mia gratitudine. Perché fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio, al termine della notte. effeffe.
Nota Continua
I
Può capitare alla fine dei corsi
quando mi aggiro tra i banchi
vuoti, di ritrovare dei tappi di penne
righelli sbrecciati, piccole carte selvatiche.
Come quando l’Oceano di certe spiagge
in Bretagna o in Alta Normandia
si ritira lasciando per miglia e miglia
di sabbia, monili incerti dei fondi, fossili
o allora creature viventi che il moto d’acqua
ha sorpreso e fatto prigionieri.
Così appoggiando l’orecchio a quelle
dimenticanze, quasi ne senti le voci ed il mare.
II

Alla Gare du Nord nella Hall principale e lungo i corridoi disseminati i secchi – alcune decine- in corrispondenza di fessure o tratti di tetto che l’acqua non trattiene ed allora fa acqua nei giorni di pioggia, da tutte le parti. Ho pensato a te penultimo fabbro domestico, ti ho immaginato fare in lungo e in largo la Gare con un palmo di mano rovesciato per sentire le fughe d’acqua e riporre la bacinella, azzurra per le gocce maschie e per le femmine la rossa, in modo da preservare il passo,talvolta rapido o al trotto dei passeggeri diretti ad Amsterdam a Lille o nelle ricche e povere – soprattutto queste- periferie. E ho pensato che lo stesso accada anche a noi quando il pensiero fa acqua da tutte le parti e la mano lo sente e ripara l’anima che s’era guastata d’un tratto, per via delle nuvole pregne di pioggia e grigie di certi inverni.
III
L’assedio.
Dobbiamo riconoscere ai nostri nemici la forza e la costanza dell’assalto alle mura, alle torri da cui un tempo osservavamo le stelle incantati – il piccolo e il grande carro nitidi e astrali- ora che lo sguardo sanguina dalle feritoie. Quando è cominciato tutto questo? Quando è iniziato l’assedio che ci stringe in una morsa che rende irrespirabile l’aria del tempo e che strozza l’anima con un colpo di tosse che vorrebbe risolvere un discorso tracciato in partenza cambiandolo, si proprio quello che dice che non c’è via di scampo, non un’uscita dall’impasse. Ammettere che la pietra gettata ha scalfito il tratto, ridotto il camminamento, costretto a levare i ponti e ficcato la mente nello specchio d’acqua putrida del fossato che ci separa e unisce a loro da lembo a lembo delle forze schierate in campo. Noi credevamo che tutto alla nostra storia e a tempo debito fosse stato detto e insegnato, che il solo ricordo della pena sarebbe bastato a rifuggire l’errore, la tentazione di ritirarsi di fronte all’onda che il crollo del lessico comune ha d’un tratto liberato per mare e per terra. La ruggine ha saldato le campane al batacchio e nessun suono riverbera che non sia lo sfregolìo del vento sul bronzo o il graffio dell’ala migrante e distratta che lo sfiora. Asserragliati intanto facciamo la conta lasciando che i numeri nero su bianco dicano alla maniera loro, senza cedimenti, nudo e crudo lo stato delle cose. Ed è strano e insieme meraviglioso che proprio in quell’attimo di scoramento senti rinascere dentro un soffio di vita nova, il gorgoglìo, la misura della tua forza, sapere che più inespugnabile è il diritto meno la forza potrà e che basta il pensiero di queste cose e quelle a far sollevare lo sguardo, a osservare meglio di fuori sporgerti per scoprire che quelli che sembravano i tratti ingrugnati del nemico sono solo il riflesso del tuo stesso volto nell’acquitrino di cinta e che un solo rimedio al fronte interno vale a quel punto, liberare il portale, calare il ponte, issarsi a riveder le stelle e respirare forte e dire vita, ehi vita mia, urlare, grazie.
IV
Caro penultimo quest’oggi più forte
era il canto, l’unisono di terra e cielo,
-‘sta cosa degli alberi e degli uccelli-
ma in forma di rosa poco più avanti
del tratto di strada tra Station Verlaine
e Tolbiac, in un soffio di vento nella
galleria sulla banchina è apparso
un angelo con la colla e con la carta,
che salendo e poi precipitando dalla scala
– la teneva in braccio come le ali sul dorso –
dispiegava il foglio tirando via gli angoli
e su mezzi quadrati spalmava la colla
come un bambino all’alba fa con la nutella.
E apparivano i santi, le madonne, le grazie,
il miracolo del progresso, i numeri magici,
la vie en rose, paradisi per morti di fame,
perfino terre promesse con tanto di account.
Noi come al solito si stava ad un solo passo
dalla linea gialla che separa la terra ferma
dal convoglio, e ci siamo scambiati uno sguardo
solo quando l’Arcangelo, s’è sfilato dal coro
novello Mercurio, che l’aveva stampato in faccia
il pensiero vero, l’oracolo – il affichait un sourire –
Tutto era oro, tutto era loro, solo e nient’altro.
Entracte
Car, s’il est vrai – ca fausso nun l’est mica-
que de toute sta masse en mouvance
du west à l’est et viceversa réciproque
du nu capo du mundo à l’otro, attraque
na sfaccimme é énergie se libère pe force
Or, que sera? Nu ciel en tempête? N’atomique?
n’horda d’oro qui va et ravage la planura?
Na nubila de Tchernobila, n’aurore boréale?
Tuti sti passi , pam pam, du metro et du treno
de la gare a chest’ora apprestata, a staziuna,
de sti pauvres christi, de christiani, au senso largo
car il y a aussi el muslim, le buddist lo istemmatore,
toti sti pasi, bon, stano toti amuchiati, entassés,
addunuchiate dans la grande salle des pas perdus?

Nôtre Dame
caro penultimo a sera sui tetti di Nostra Signora
pioveva a dirotto e la pioggia cadeva al contrario
pareva che il cielo chiamasse ogni singola goccia
ogni lacrima di occhi di mille persone assiepate
lungo la Senna da dietro alle luci dei girofari.
e prigionieri eravamo di fiamme che levavano legno alle travi
stipati tra chiuse di piccole strade a ridosso del sacro
le note soltanto di un canto s’udivano e piano
come di antica memoria, une berceuse
giungeva da molto distante, a lenire l’affanno.