COMMEDIA DELL’ALLIEVO

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I. Il primo giorno VI. Il Professore XI. L’Affresco
II. Cappellone VII. La Notte XII. Amore, Morte e Risurrezione
III. L’arrivo degli Anziani VIII. Giuramento XIII. Il Blu
IV. L’incudine e il martello IX. Il Papiello XIV. Una furtiva lagrima
V. Libera Uscita! X. Natale

Imago de Commedia dell'Allievo.

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CANTO PRIMO: IL PRIMO GIORNO

[Entrata alla Scuola – L’Istruttore – Il barbiere – Ritiro vestiti – Il due pizzi del Cappellone – Gli Scelti e il Caposcelto – Vestizione – Letto-cubo – Silenzio]

Nel fior di gioventù, a Pizzofalcone,
Un giorno di Settembre, era mattino,
La soglia di un atavico portone,

Frontiera dei ricordi di bambino,
Attraversai, seguendo quella stella
Che fece uno con cento il mio destino,

Perché chi è in grado di restare in sella,
Spogliato d’ogni cosa e di se stesso,
Di un’altra Madre, della Nunziatella,

Diventa figlio, un tempo come adesso.
Ma allora quel finale sì sereno
E, per tre anni ancora, il manto spesso

Del fato e del suo divenire alieno
Celava, ed io, con piglio trepidante,
Entravo e mentre entravo, in un baleno,

Il dì si fece notte, il ciel tonante,
Non per fortuito evento naturale
Ma per grand’urla all’ombra di un gigante.

Si presentò: pacato ma formale;
Qualificato, il grado d’Istruttore,
Mi mise sull'”Attenti!” e poi, cordiale,

Spiegò che là, dinanzi a un superiore,
Dovevo solo replicàr: “Comandi!”
…E fu così che cominciò il terrore!

“Alzi la testa! Tenda! che fa…: il dandy?!?”
Gridava senza sosta, brutalmente;
“Batta la pianta! Adesso! Non rimandi!

Qui si sta all’erta! Dorme?!? NON CI SENTE?!?
Non si bisbiglia e chi è chiamato …URLA!
Si va di corsa qui, costantemente!”

Incredulo che non fosse una burla
Mi sottomisi in tutto al suo volere,
Colpito da una fifa che tradurla

È vano: chi no’l fe’ no’l può sapere.
Di lì, svanita ogni cortesia,
Fui collocato in coda dal barbiere

Il quale, per indiana ortodossia
Nello scalpàr, avèa per soprannome
“Cocìs”, decurtatòr di vanteria.

Il suo rasoio le narcise chiome,
Senza pietà, rendeva al pavimento
E via tosando, non importa come,

Del pelo conseguì l’azzeramento.
La sala era un bazar di boccoloni,
I proprietari, in preda allo sgomento,

In fretta organizzati in tre plotoni
E nove squadre – non senza ironia –
Fur quinci battezzati “Cappelloni”.

…Non v’era intorno cenno d’allegria…
Sudor, silenzio, lacrime costrette
Fondavano la “Prima Compagnia”.

E poi, di corsa, su per le scalette
Con le ginocchia alte, mani al petto,
In magazzino a prender le magliette

E calze, scarpe, biancheria da letto,
Bretelle, mutandoni, spazzolino,
Mimetica, cintura e cappelletto!

Quest’ultimo, ch’era agli estremi bino
Di punte, era di qui perciò chiamato
“Due pizzi” e mi sembrò molto carino…

Finché non vidi com’era indossato:
Calcato sulle orecchie, in modo bruto,
A enfatizzare il mal del nuovo entrato –

Meschino – in men di un’ora decaduto,
Per opera di dèmoni col grado,
Da cigno ad anatroccolo sperduto!

Se gli Istruttori fùron primi al guado,
Caronti in grigio-verde, capisquadra…
Degli altri – che parlavan più di rado,

Dall’andatura nobile e leggiadra –
Ringhiavano comandi per procura,
Forti di una visiòn che tutto inquadra;

Eran gli “Scelti”, oggetto di paura
E di rispetto per l’intransigenza –
Plotoni allievi sotto la lor cura;

Ma il sommo possessor d’onnipotenza,
Il duce dell’intera compagnia,
Anticipato nella sua presenza

Da battiti di pianta in sinfonia
(Tuonàr da fare invidia al divo Giove),
Da stormi di saluti in sincronia

(Coreografia che ancora il cor commuove),
Portava il titolo di “Caposcelto”…
Dal suo scrutar volevi essere altrove

Perché, se dell’arconte l’occhio svelto
Si soffermava sol più d’un secondo,
Facea l’uccel padùl di te un prescelto.

Queste figure tinsero lo sfondo
Di un anno dove il motto era “Subire”,
Autorità di un mondo fuor dal mondo.

Il giorno non sembrava mai finire…
Quel primo giorno, giunto in camerata,
Mi fu insegnata l’arte del vestire:

“Mimetica! Pigiama! Che fa…fiata?!?
Mimetica! Pigiama! Si presenti!
…Guardi che la cravatta va annodata!

Le sto parlando: scatti sull’Attenti!
Mimetica! Pigiama! Sveglia! Azione!
Camicia! Drop! …Al tempo! Si presenti!”

A suon di urla quindi la lezione,
Dai capi di vestiario, prontamente,
A geometrie di maggior dimensione,

Passò: lenzuola a spigolo tagliente,
Coperte ripiegate in modo fino,
Cuscino in mezzo, posto dolcemente

E per finire, intorno, il copertino.
“…Che schifo! Questo è indegno di un cadetto!”
– Non s’attardava al ringhio l’aguzzino

Ed eccomi a rifare “cubo-letto”.
I letti si estendevano a decine,
Ognuno avèa di fronte un armadietto

E al fondo i lavatoi e le latrine;
L’intimità, fino a ier sera amica,
Negata, relegata oltre confine.

Venne la sera e morti di fatica
Ci fu concesso il sonno: “TUTTI SOTTO!” –
Decubitàti, in men che non si dica,

In un clamòr di brande scosse al botto
Di corpi in preda al panico, in ciabatte,
Tuffandosi nei letti, chi al disotto,

Chi al sopra del castello che ora sbatte
E cigola nell’assorbir lo slancio,
Per poi quietarsi a nuovo a corse fatte…

E, nella quiete, si potè il bilancio
Del prologo di un grande cambiamento
Tirare: …al buio un vero e proprio lancio!

Col cor che ancòr batteva a più di cento,
Volsi lo sguardo a rimirar le volte
Vetuste del soffitto e un firmamento

Svelossi al lor pian piano esser disciolte,
Pe’ i languidi richiami di Morfeo,
In infinito ciel, laddove molte

Stelle facèvan di quell’androceo
Crisalide dal manto ricamato,
Immersa nel silenzio acheronteo

D’un tratto fratto dall’inaspettato
E malinconico suonar di tromba…
“Silenzio”, ninna-nanna del soldato,

Sulle cui note è l’eco della bomba,
Il pianto della Mamma e degli eroi,
Di speme e pace il volo di colomba.

…Quanti eran stati un tempo come noi!
Dissimulando gemiti e singulti,
Su quelle stesse brande il prima e il poi

In modi misteriosi, forse occulti,
Mescevansi, facendo di stranieri
Per genus, per età, per luoghi e culti

Fratelli. E infine l’oggi si fe’ ieri.

__

Note:

  • Pizzofalcone: la zona di Napoli, nota anche come Monte di Dio o Monte Èchia, dove sorge la Nunziatella.
  • Uccel padùl: l'”uccello padulo”, nel gergo militare, indica la punizione – sempre in agguato!


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CANTO SECONDO: CAPPELLONE

[Genitori da tutta Italia – Il parlatorio – Ammaina-bandiera – Galateo a mensa – Addestramento]

“Faciteme parla’ con la crijatura!” –
“Mi scusi, ma l’è apêrto il pârlatorio?” –
“I’ sto a’spetta’ da n’ora ‘n ‘sta calura!” –

Ogni anno un rito, sopra il promontorio
Dell’Èchïa, “l’Italia per dialetti”,
Svolgevasi: da tutto il territorio

Della naziòn giungevano gli eletti
Che, dopo dura prova di concorso,
Si univano alle fila dei cadetti

I cui parenti, a principiar discorso,
A causa della loro provenienza,
Eran costretti, a volte, a far ricorso

Ai gesti ed a ripèter con pazienza –
Mentre chiedevano dei propri figli –
Perché fosse compresa lor sentenza.

…Erano lì per dispensar consigli
E dar verba di sprone il giorno appresso
Al nostro cominciare; i lor bisbigli,

Ignari quanto a quel ch’era successo,
Celavano apprensione per l’incontro
Ch’era un addio al frequentarsi spesso.

Io ero ancora scosso per lo scontro
con la realtà dell’aspro benvenuto
Inenarrabile, senza riscontro

Con quanto, fino allora, conosciuto;
Era così per tutti – in poche ore,
Il più ciarliero si era fatto muto;

Ognuno, sopraffatto dal terrore
Di dire o fare senza altrui comando,
Fremeva per vedere il genitore.

“Di corsa, marsc’! In riga! …Che è ‘sto sbando?!?” –
Poche istruzioni urlate, d’indirizzo:
“Un’ora e non di più – mi raccomando!”

…Ma al “Rompere le righe!”, con un guizzo,
Svanito l’incubo dell’Istruttore,
Dal militare usciva lo scugnizzo:

Sorrisi mescolati a batticuore,
Nell’affrettarsi al fondo del cortile,
Magliette verdi intrise di sudore

E in un borsone l’abito civile.
– “Vi han fatto far la doccia coi vestiti?!?”
Chiese una voce, fragile e gentile:

Rasati a zero, goffi ed impauriti
E bisognosi d’incoraggiamento,
Ci presentammo ai cari, sbigottiti

Per l’entità del nostro cambiamento!
…Or non ricordo bene, lo concedo,
Quel che fu detto dopo quel momento

Ma è come fosse ora che rivedo
Le mamme palesar strazio ed orgoglio
Negli occhi, poco prima del congedo;

Al termine dell’ora si fe’ spoglio
Il luogo degli abbracci e dei saluti
Mentre eravamo ancora al primo scoglio;

Poi, soli, ritornammo da que’ bruti –
All’ordine di porsi in adunata
Nel tempo di secondi, non minuti.

Ciascuno in posizione designata,
Sempre la stessa, in ordine d’altezza,
In formaziòn coperta e allineata

E sull'”Attenti!”, in somma compostezza,
Mentre uno Scelto ammaina la Bandiera… –
Squilli di tromba, il vento che carezza

Le nuche ignude, al giunger della sera
…”Sono un allievo della Nunziatella!”
– Pensai – “che onore sèr di questa schiera!”

Al che una voce truce, punto bella,
Ratto della realtà mi fe’ più certo:
“È pazzo?!? …Le è saltata una rotella?!?

Si svegli! Qui non siamo ad un concerto!”
E via di corsa, giù, verso la mensa
Dove per otto posti era il coperto,

Cibo abbondante, grata ricompensa
Per chi, correndo da mattina a sera,
D’assalto avrebbe preso la dispensa;

Per ogni ottetto conviviale c’era
A capotavola un gradüato,
Preposto ad indicare la maniera

Del galateo, cortese e raffinato,
Da desco e con dovizia d’attenzione
Sulla postura e i gesti concentrato:

“Il poggia-schiena non va mai sfiorato!
…L’angolo da impostare è quello retto:
Ginocchio-culo-gomito squadrato!

E il braccio non è l’ala di un galletto!
Va mantenuto allineato al busto!
L’ascella, sostener questo libretto,

Deve potere – e farlo in modo giusto
Dall’antipasto al dolce, senza sosta,
Sì che non cada in terra con trambusto!”

Queste parole alzavano la posta
In gioco, invero fino al parossismo,
Facendo del mangiare cosa tosta,

Quasi una prova d’alto equilibrismo.
Ogni atto richiedeva una perfetta
Esecuziòn, ma il vero virtuosismo

Constava nell’usare la forchetta
Ed il coltello per sbucciare un frutto
Con tocco da rasoio, fetta a fetta,

E col terròr di un risultato brutto
Senza l’opzione d’esito parziale:
Il cibo andava consumato tutto.

Di quell’ardua leziòn l’atto finale,
A segnalàr del pasto la chiusura,
Sul piatto era l’accosto, in verticale,

Delle posate da appoggiàr con cura.
…Seguirono due giorni dove il tema
Era ripetiziòn di procedura:

“Si svegli! Questa polvere è un problema!”
Passava con il guanto l’Istruttore
“…E lucidi le scarpe con più crema!”

Flessioni e letto-cubo per due ore,
Inquadramento, marcia ed adunata,
Corse continue, rossi pe’l calore

Ed aspra guerra con la frutta odiata
(“Ahi mele e arance lucide, sguscianti…”)
– E al fin silenzio e notte in camerata.

Solerti eseguivamo, nuovi fanti,
E in quell’accelerato apprendimento,
Tacere bisognava e andare avanti!

E al culmine di tanto addestramento
Venimmo edotti circa l’avvenire:
Non si trattava di un miglioramento

Ma di un amplificarsi del subire…
Ché terminata la licenza estiva
Di Anziani s’apprestava l’affluire!

…Erinni, forza oscura, primitiva,
Pronta ad abbattersi sui Cappelloni
Con massima potenza distruttiva:

Mostruosi, della Scuola re e padroni.

__

Note:

  • Tacere bisognava e andare avanti: verso della “Leggenda del Piave”, canzone che celebra lo stoico eroismo dei soldati Italiani durante la Prima Guerra mondiale, dal primo all’ultimo giorno.
  • Erinni: personificazioni della Vendetta nella mitologia Greca , note come “Furie” in quella Romana.


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CANTO TERZO: L’ARRIVO DEGLI ANZIANI

[Incubo – Rivista mattutina – Rientro secondo e terzo anno – Adunata di battaglione – Cappellonaggio a Sala Convegno]

A notte fonda, in umide caverne,
Per foraggiarsi vaga il pipistrello;
Nel buio non gli servono lanterne:

Segnala l’ultrasuono al suo cervello
La mappa di ogni cosa che si trova
Intorno, non c’è insetto o vermicello

Che non sia preda appena che si muova.
Stormi di pipistrelli, quella notte,
Lasciarono la lor segreta alcova

E volteggiàron, sul mio letto, a frotte,
Sinistre e minacciose anime nere,
Fameliche, terribili, corrotte,

Per poi svanir, frusciando, allo scadere
Del trepido dormire e, in un istante,
La tromba della sveglia ebbe il potere

Di tramutare l’incubo volante
In quello del trambusto mattutino:
Prova a cronometro, lo Scelto urlante

Tra camerata e bagni; spazzolino,
Sapone e asciugamani sotto il braccio –
“…In ‘tempo zero’ de’e, tutt’a puntino,

Essere pronto e senza alcun impaccio!”
Vestito, cubo e mòniti severi;
Rivista sotto gli occhi suoi di ghiaccio.

Fu forse per effetto dei pensieri
Onirici, per scherzo della mente,
Che riflettei sul suòn che fino a ieri

Le mura del Maniero, fedelmente,
Avèvan rimbalzato…un suono strano:
Come in un antro vacuo, maggiormente

L’eco risponde a quel che chiama invano,
Così gli spazi a mensa e nei cortili
Ed ogni corridoio ed ogni vano,

Spogli delle figure giovanili
Di quelli del secondo e terzo anno,
Rombavano l’assenza di febbrili

Attività, al novello compleanno
Di quel Collegio che, sin dal Borbone,
Fece testimonianza dell’affanno

Per chi crebbe di qui del suo portone.
Al giungere del giorno del rientro,
Saliva l’apprensiòn del Cappellone,

Giacchè se sino allora il viver dentro,
Per opera di duce gradüato,
Arduo era parso… Adesso l’epicentro –

Alla mercé d’Anziano assatanato,
Di terremoto portator d’oblìo –
Senza alcun scampo egli sarebbe stato;

E per questa tensiòn, lo spirto mio
Fu scosso nel profondo al punto tale
Che pari il timor fu a quello di Dio.

… Né si potea il silenzio dir normale:
L’arrivo – ordine sparso, a noi nascosto –
Cambiava l’atmosfera del locale;

Nappine fucsia comparivan tosto
Per poi sparir da dietro uno spiraglio;
Strisce d’azzurro e del color di mosto,

Accompagnate dal dorato abbaglio
Di splendidi spadini e di bottoni;
Sagome bianche che, come per sbaglio,

Parèvan svelte, angeliche visioni;
E sibili e sussurri che, col vento,
Si confondèan e con, del luogo, i suoni.

Si fece manifesto il loro avvento
Prima di cena, al volger della sera,
Tre compagnie a formar lo schieramento

Di battaglione, sotto la bandiera;
Ma grida di star “…fissi!”, sguardo avanti,
Ergevano invisibile barriera,

Tra noi, i nuovi entrati, i nuovi fanti,
Que’ del secondo anno – le “Cappelle” –
Ed oltre, quelli più terrificanti –

Gli “Anziani” – il cui non star più nella pelle
Per noi vessar, dal chiasso e dal mugghiare
Era palese e certo delle belle

Avremmo visto innanzi al tramontare.
Al presentar la forza fu la quiete
E, pur senza permesso di guardare,

La gerarchia, voi non ci crederete,
Svelossi pe’l rumore dell'”Attenti!”:
Noi tònitro di pianta, come ariete,

E, fatto il nostro cento, gli altri a venti –
Quelli vicino a noi – poggiàron piota
E gli ultimi di tacco fur battenti.

Rimase a noi di lor la vista ignota
Anche alla mensa, gli occhi fissi al piatto,
Sempre più adusi a condiziòn d’Ilòta,

Soggetti ad asimmetrico contratto:
Simili ad ostia pronta pe’l macello,
A testa bassa, l’ego andava sfatto…

E dopo il pasto, infine, venne il bello
Poi che, tradotti giù in Sala Convegno,
Qui, di “cappellonaggio”, un gran bordello

Si svolse e a noi toccò pagarne il pegno;
L’Anziani indiavolati erano ovunque,
Ognuno concentrato, con ingegno,

A esercitar soperchieria qualunque:
Uno faceva correre sul posto,
Flessioni alla richiesta di chiunque,

Altri si avvicinàvan di nascosto,
Da dietro, mentre stavi sull’attenti
E all’urlo “…Tenda!” staffilàvan tosto,

Le mani tese e ai gomiti fendenti,
Con quel di fronte, rigonfiato d’ira,
Sbraitare: “Si rilassa?!? …Complimenti!”;

Alcuni ti prendevano di mira,
Per fare scherzi ad altri a spese tue:
“Gli dica: ‘io son uno che l’ammira

…Per la virtù delle sorelle sue’!”
Oppure: “Faccia come l’aeroplano:
Vada in missione a mitragliàr quei due!”

E molti, con un foglio nella mano,
Elenco dei colleghi di sezione,
Dicèvan: “Questo qui, come il Corano,

Deve ripetere, in adorazione;
Lo impari e torni entro cinque minuti
E poi, del foglio …faccia colazione!”

V’erano, infine, tali ancor più bruti
Che spalle al muro ti facèvan stare
E i tuoi scarponi, questi nerboruti

Calciavano per far divaricare
Finché, con i talloni a cent’ottanta,
Perdevi l’equilibrio e, a compensare,

Ecco due magli in petto di cotanta
Ferocità che, al sol triste ricordo,
Ancora senti il duòl che tutto ammanta.

Se il modo di qualcuno era balordo
O troppo serio, i più, parea evidente,
Se la spassavano – tutti d’accordo,

Cattivi solo superficialmente –
Nel grande gioco delle Tradizioni,
Goliardici coi Kaps, sennatamente.

Delle Cappelle non farò menzioni
Perché era come fòsser trasparenti
…E per fortuna! Perché, di tenzoni,

Eran bastanti già quelle esistenti!
Se quello fu il battesimo del fuoco,
Non era che l’inizio dei cimenti;

Da tempo immemore, dentro a quel loco,
L’iniziazione aveva gran durata
E di speranza il lume parèa fioco.

Ma almeno si concluse la giornata,
Nata con un presagio poco bello,
Che cieca, sotto-sopra, inaspettata

Volò, come di notte il pipistrello.

__

Note:

  • Un suono strano … eco … Rombavano l’assenza: qui si descrive come un locale ampio, quale quello dei corridoi e degli ambienti della Scuola dimensionati per ospitare centinaia di giovani Allievi, rimbombi in modo strano perché, in mancanza dei ragazzi del secondo e del terzo anno non ancora arrivati, si ha la percezione di un posto “troppo vuoto”, un po’ come in una stanza senza mobili. L’immagine si rifà indirettamente anche ai versi di apertura dove si parla dell’ecolocalizzazione dei pipistrelli a mezzo dell’apparato aurale: la ‘mappa sonar’ della Scuola, nell’inconscio dei Cappelloni, comunicava l’assenza di un gran numero di persone che si sarebbero presto riversate nei locali – e questo destava un certo livello di apprensione.
  • Novello compleanno di quel Collegio che, sin dal Borbone:  semplicemente l’inizio di un nuovo ciclo scolastico… e riferimento indiretto al fatto che la Nunziatella fu fondata in epoca Borbonica, nel 1787.
  • La gerarchìa …svelossi pe’l rumore dell’Attenti: un altro riferimento a quanto fosse possibile osservare ascoltando invece che guardando (in un contesto dove il campo visivo dei curiosi, in presenza di Allievi più anziani, veniva severamente ristretto dalle urla di un graduato non appena lo sguardo si spostava al di fuori dello stretto necessario per non andare a sbattere contro il muro); le tre compagnie del primo, secondo e terzo anno eseguivano l’ordine dell'”Attenti!” in modi così diversi da generare effetti sonori dalle caratteristiche distintive: i goffi Cappelloni emettevano un vero e proprio tuono “battendo di pianta” al punto da quasi bucare il cortile; le Cappelle appoggiavano più gentilmente il piede sul selciato, producendo un suono più gentile; gli Anziani levavano il tacco sinistro in un piccolo arco per poi colpire il tacco destro in una mossa leggera ed elegante.
  • Simili ad ostia pronta pe’l macello… l’ego andava sfatto: l’ostia qui è intesa nel senso latino dell’animale sacrificale.  Il verbo “sfatto” offre una fortunata coincidenza fonetica con il verbo greco σφαττω, che significa sgozzare la vittima del sacrificio.
  • “…Tenda!”: ordine militare per intimare, tipicamente ad una recluta, di allineare le proprie braccia al corpo nella posizione dell'”Attenti!” in maniera da creare un sigillo quasi ermetico.


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CANTO QUARTO: L’INCUDINE E IL MARTELLO

[Canto della pompa – Belva e preda – Il Padrino]

Il contrappunto tra clamore e quiete
Scandiva come un orologio aurale
La nuova vita là, dentro quel Lète

Dove l’oblìo di ciò ch’era normale
Aveva duplice accompagnamento:
Gridar goliardico e tacer formale.

Il quarto giorno, a mensa, un gran fermento
Tra quei che ci rendèvan tanto afflitti
Significò l’inizio di un evento

Al cui pensiero ancora i peli ritti
Mi s’ergono, frammisti ad emozione:
Prima c’è l’ordine di stare zitti

E sull'”Attenti!”, poi parte l’azione;
S’affrèttan gli Istruttori a far catena,
Braccio legato a braccio in salda unione,

Dinanzi a noi, per arginar la piena
Di Anziani che col guizzo dell’anguilla,
Urlando “KAAAPS!!!”, inondano la scena;

Nel mucchio uno inveisce, uno sobilla
E, al fin che la barriera non si rompa,
Questo più stringe mentre quello assilla;

Con gran frastuono ognùn sull’altro zompa
Ma dopo serpentino sibilare
Shhhhhhhh….ende il silenzio – e il “Canto della Pompa”

Quell’idra umana prende ad intonare:
“…Chi te l’ha fatto fare, Cappellone!
A Scuola sei venuto ad imparare

L’arte del condottièr Napoleone;
Ricorda che il tuo ruolo è ‘sotto il giogo’
E il nostro, qui, è quello del padrone”.

E come la scintilla si fa rogo,
La melodia s’accresce di cadenza
Cedendo il passo a vero e proprio sfogo:

“E dicci grazie per la sofferenza
Perché la vita sarà ben più dura!
Ce n’è per tutti, senza preferenza!”

Quindi, cantilenando: “Ti sia cura,
Se mai volessi diventare Anziano,
Far cosa dalla duplice natura:

‘Pompare’! Innanzitutto con la mano
(Ovvero far flessioni all’infinito)
E con la mente poi, da buon cristiano

(Ovvero far della cultura un rito),
Per i tre anni della Nunziatella,
La notte e il dì: ritieniti avvertito!”.

Giunti al finale, il tono si livella;
Dell’onda in coro scema l’aggressione
E subito m’è chiara lor favella:

Statuto, ammonimento, esortazione;
Distinti son, del canto, gli ingredienti –
Che poi son quelli della Tradizione

Da secoli presente tra i discenti
Di questa Scuola – e d’esso le radici
Che vantano gloriosi antecedenti:

“Carmina Triumphalia” dei felici
Soldati per l’imperatòr Romano;
“Peàna” di falangi vincitrici

D’opliti, fanteria del re Spartano,
A loro volta eredi dei guerrieri
Di stirpe Micenèa e via, lontano,

A far dell’oggi e di domani e ieri
Un’eco sola, dentro quelle mura,
Compagna di percorso dei “pompieri”.

Al Pompa fece seguito paura
Per la certezza d’ulteriore pena
Di certo non leggera – e duratura.

“Perché rènder talmente poco amena
La permanenza di noi nuove leve?”
– Mi chiesi – e guarda caso, dopo cena,

Fu sciolto il dubbio, come al sol la neve,
Nella sessione di cappellonaggio
Che quella sera fu più d’altra greve.

In corridoio, mi trovai nel raggio
Di un grappolo di Allievi triennali
E mentre m’affrettavo nel passaggio,

Sperando di evitare i loro strali,
Uno mi indica con far pacato,
Di avvicinarmi – i modi non formali –

E chiede, sorridente ed educato:
“Come ti chiami, Kaps? Fa’ come fossi
A casa, tra gli amici che hai lasciato…”.

Rispondo: “Davide, Davide Rossi”
– Osando anche un accenno di sorriso
Tra sguardi teneri, quasi commossi…

Ma poi, tutto d’un tratto e senza avviso,
L’occhi amorevoli si fan di bràgia,
Da complice ad arcigno si fa il viso

E con latrato di belva randagia,
Il ‘buono’ ringhia: “Cosa?!? Lei è pazzo!!!
Che fa: deambula, ride, s’adagia?

Si svegli, non mi piace questo andazzo,
Citare più non sa il Suo proprio nome?!?”
Sicché, confuso e pieno d’imbarazzo,

Dissi: “Ma io pensavo…” – e quello: “…Come?!?
Non sa che chi per Lei, meglio di Leï…
C’è qui a pensare?!? È meglio che, siccome

Né pensa Lei nè’l deve, trentasei
Flessioni a terra faccia adesso: Azione!
…E con il buon auspicio degli dèi

Della memoria fìa riapparizione!”.
Pompài e poi, davanti a quei molossi,
Tentài di nuovo la presentazione:

“Comandi! Allievo” – urlai – “Davide Rossi,
Primiera Compagnia, Terzo Plotone,
Seconda Squadra!” – teso, i nervi scossi.

La replica: “Alleluja, Cappellone!
Per Sua fortuna è accorsa Mnemosìne
A ricordarLe un po’ di educazione!”

E qual segugio che, col fiuto fine,
Della sua preda fa circonferenza
Quello, metodico, crine per crine,

Ispezionava lento, con pazienza,
La mia persona, immòta sull'”Attenti”,
Senza nemmeno un’ombra di clemenza;

Si ferma, punta e, digrignando i denti,
Con l’indice mi sposta verso l’alto
Il mento e dopo, sopra gli indumenti

Che indosso, il mio cutaneo smalto
Dal dito suo, all’altezza della spalla,
Pulisce e del ripugno fa risalto,

E dice: “Rossi, ma Lei vive in una stalla?!?”
E chiede: “Lei lo sa come mi chiamo?”
Ed io, temendo il non restare a galla,

Indugio e lui: “Si sbrighi, procediamo!”;
“DIVINISSIMO ANZIANO MATURANDO
Allievo Scelto Carmine Inghiràmo!”

– Gridai a squarciagola – proclamando
Correttamente, in formula ufficiale,
Il nome della fonte del comando,

Nella speranza d’essere al finale
Di quel confronto, ormai degenerato
Dall’universo umano all’animale.

Lui si ristava ed io, paralizzato,
La fiera celere mutar sembiante
Vidi dinanzi… e ne fui sollevato;

Il ringhio si fe’ voce confortante –
“Riposo, Kaps, stia sciolto, si rilassi” –
La zampa monda ora rassicurante

Poggiata sul mio braccio; “E via, due passi” –
Disse – “facciamoci, perch’io L’edùca
Circa l’antica ed essenziale prassi

Dell’appaiare Cappellòn con duca
Anziano – di “Figlioccio” con “Padrino” –
Sicché nel buio qualche cosa luca;

L’ho fatta un po’ “morire”… poverino!
Fa parte delle regole del gioco,
Ma d’ora in poi sarò solo carino:

Tranquillo, ti farò da parafuoco
E da supporto in questo lungo anno;
Dammi del Tu e adesso dimmi un poco

Se ti posso alleviàr di qualche affanno”.
Gli dissi: “Tutto questo mi rincuora
Poiché ero già caduto nell’inganno…

L’affanno è una costante, ma per ora
Resisto ed or’ ti voglio domandare:
Perché per noi sì lungamente ancòra

È d’obbligo gli Anziani sopportare?”
“È come l’arte della Mascalcìa” –
Rispose – per poi meglio precisare:

“Battuto con costanza ed acribìa
Il ferro da ch’è vile si fa bello…
Lo stesso vale per la tua agonìa:

La Scuola è incudine, l’Anziàn martello”.
Intelligenti pauca, in quel momento
Compresi la cagiòn di quel fardello…

Trilli e silenzio: un nobile tormento.

__

Note:

  • Lète: citato in Platone, Virgilio e Dante… è il fiume dell’oblìo; nella Divina Commedia, le anime del Purgatorio vi si bagnano per dimenticare i peccati terreni prima di poter accedere in Paradiso.  Alla Nunziatella, a pochi giorni dall’entrata era utile ed opportuno dimenticare le comodità della vita fuori.
  • Gridar goliardico e tacer formale: in quel periodo iniziale vi erano due uniche due modalità sonore… o qualcuno che ti urlava di fare o non fare qualcosa… o il silenzio più assoluto.
  • Tentai di nuovo la presentazione: l’errore del Cappellone era stato – colto nel tranello degli Anziani – quello di essersi dimenticato di utilizzare la formula corretta nel presentarsi, che al secondo tentativo – grazie all’intervento di Mnemosìne (dea della memoria) – invece, esegue perfettamente.  E non ci cascherà di nuovo poco dopo quando, correttamente, precede al nome del vessatore il titolo ufficiale di: “Divinissimo Anziano Maturando, Allievo Scelto”.
  • Figlioccio e Padrino: a pochi giorni dall’entrata, ogni Anziano sceglieva un “figlioccio”, offrendosi in un ruolo di mentore e valvola di sfogo.


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CANTO QUINTO: LIBERA USCITA!

[Metamorfosi militare – Preparazione libera uscita – La “drop” – Locali e non – Strade di Napoli – Pizza – Rientro]

Bastarono sei giorni per l’Eterno
A completare l’opus del Creato:
I cieli e il mar, la terra sul suo perno,

Pria di fermarsi un poco a prender fiato.
Bastarono sei giorni pe’l Maniero
A imprìmer la matrice del soldato:

Da tondo a quadro, all’erta, mattiniero,
M’aveva fatto… e all’agognata sosta,
Quel Sabato, non mi pareva vero,

Sarebbe stato dato il ‘nulla osta’
Per qualche ora fuori dal portone,
Grato sollievo dopo la batosta

D’essèrsi ritrovato …”Cappellone”!
Tirava un’aria strana, in camerata,
Di giubilo condito d’apprensione;

Toglievo la mimetica sudata
Ed indossavo, per la prima volta,
La “drop”: camicia e giacca abbottonata,

cravatta cachi doppiamente avvolta
In nodo Windsor, ostico al novizio,
E, per un’andatura un po’ più sciolta,

La scarpa bassa e poi, quasi per sfizio,
Il basco, ad imitar quella criniera
Di cui non rimaneva che un indizio.

Era stupefacente la maniera
E la realtà del nostro mutamento:
A fronte del ricordo di com’era,

Ciascuno non riusciva nell’intento
Di scerner se non l’ombra di se stesso
Nel Militare il quale, in quel momento,

Specchiandosi e guatando il suo riflesso,
Gli si parava, incredulo e marziale,
Separator del prima dall’adesso.

Non è che quel guardar fosse normale
(La vanità bandita oltre confine)…
È che quell’occasione era speciale,

Ammesso che giungesse a lieto fine…
Perché, per il permesso dell’uscita,
C’era da stare invero sulle spine!

Eccoci in adunata, con le dita
In croce (solo in modo figurato)
E l’Istruttore, della mèta ambita

Sol giudice, deambula da un lato
All’altro delle righe sull'”Attenti!”
Seriosamente, a dispensare il fato

Passando senza rilasciar commenti
Oppùr sancendo il lodo negatore:
“Male… si accomodi!” detto tra i denti,

Qualificando del dissacratore
Il torto: “scarpe sporche”; “barba lunga”
E relegando questo, per l’errore,

Ad una fila che via via si allunga
Di “consegnàti”, ai quali, tristemente
Benché loro esclusione ancor li punga,

Viene ordinato che – immediatamente –
“Si cambino in mimetica, ed in fretta!
…Rammaricarsi adesso non val niente!”

Io la scampai, restando in quella fetta
Di incolumi al rigòr della rivista –
“…Fianco sinìst’!” – e un’ultima corsetta

Per giungere a goder della conquista
Dell’anticamera del parlatorio
Dove l’afflusso sùbito si smista,

Con semplice criterio divisorio,
In due fazioni: o con i genitori
Di casa nel vicino territorio,

O senza, per i più che più da fuori
Erano giunti, or pronti ad esplorare
Partenope che dentro ai loro cuori

Avrebbe preso, piano, a dimorare.
Io, di quest’ultimi caso lampante –
Alpino, lontanissimo dal mare –

Avevo concordato, il giorno avante,
Con Carmine, l’Anziano mio padrino,
Di visitare l’area circostante

Insieme, per cui io, suo beniamino,
Lo venni sveltamente ad incontrare,
Pronto per avviarmi sul cammino.

Varcammo finalmente quella soglia
Che l’uniforme, semanticamente,
Fa diventar divisa per chi voglia

(Tra chi l’indossa e il resto della gente)
Evidenziàr del vivere il contrasto…
Ma in verità quel dì, sartorialmente,

Lo iato non poteva essèr più vasto
Fra noi: lui Scelto, con kepì e spadino;
Io kaps, la giacca quasi come un basto,

Goffissimo affiancato al damerino!
(La “storica” con giubba su misura,
Cucita con lavoro certosino

Da mano esperta, rapida e sicura,
Necessitava alcune settimane
Per èsser pronta a prima vestitura).

Scendemmo allor le vie napoletane
Dal monte Èchia a Piazza Plebiscito
In un destarsi delle cose umane

Che confondevano vista ed udito:
Multicolori i panni tra i balconi;
Zig-zag di motorino che, impazzito,

Aizzando la cacofonia di suoni
Dei clacson, invadeva la corsia;
Ovunque, al chiaroscuro degli androni,

Antichi sguardi, ciechi all’anarchia
Dei vicoli nei qual’ sacro e profano,
Gente di strada ed aristocrazia,

Sembravano esser fusi in modo strano.
Con tale ebbrezza multi-sensoriale
Fui battezzato in quel tessuto urbano

Dalla natura in tutto ortogonale
All’ordine e al rigore della Scuola –
“…Media di opposti madre del normale?”

– Pensai, prima di profferìr parola
Per dire: “…mi è venuto un languorino!”
Mentre attraversavamo una piazzola;

Sorrise a questo punto il mio padrino,
Ed indicando un buco lì d’appresso
Con gusto dichiarò: “quel posticino,

Che per l’ignaro può apparir malmesso,
Fa pizze eccezionali per due lire:
È un luogo in cui ritorno molto spesso

– Vieni! – così vedrai che voglio dire!”
Poi certo gli dovetti dar ragione,
In estasi, di fronte al comparire

Del ben di Dio sfornato dal garzone;
E qui parlammo a lungo della scelta
D’entrambi di seguire vocazione,

Così precoce, in ambito marziale,
Dei primi giorni duri e del cimento
Ancora da venire… E fu speciale

Il suo supporto ed incoraggiamento
Finché non venne l’ora di tornare;
Pagato il conto, sazi, a passo lento,

Passammo per il quieto lungomare
E, giunti sulla soglia del portone,
Chiudendo gli occhi prima di rientrare…

Con un sospiro torno Cappellone.

__

Note:

  • Uniforme… Divisa: una citazione che riprende un pensiero letto in un’intervista ad Arturo Parisi 55-58, già Ministro della Difesa, dove dichiarava il suo interesse per curiosità linguistiche dove due termini antitetici come Uniforme e Divisa… significano la stessa cosa – un’identità di opposti giustificata dal fatto che cambia la prospettiva di chi osserva: all’interno di un’istituzione militare sono tutti uguali nel vestire e pertanto “uniformi”, mentre una volta uscito… l’abbigliamento militare ti rende diverso, “diviso” dal resto delle persone.


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CANTO SESTO: IL PROFESSORE

[Ingresso in classe – L’autorità del docente – Colto in fallo! – Terremoto! – Archetipo]

Claudio Ferone Magistro.
Quid censes […] nisi studium, et ardorem quendam amoris? Sine quo cum in vita nihil quisquam egregium, tum certe hoc quod tu expetis nemo umquam adsequetur
(Cicerone, De Oratore, I. xxx. 134)

Comparve d’improvviso sulla soglia,
Maestoso, grave, il piglio da leone;
Si stette – era latòr di nuova doglia

Sotto l’egìda dell’educazione
E tacque… finché incerto il capo-classe,
Dato l'”Attenti!” a tutta la sezione,

Con gran formalità la presentasse;
“Buongiorno” – disse lui austeramente –
Entrò e s’assise pria che cominciasse

La sua lezione e presto fu evidente
Che qui, dove l’Autorità era tutto,
Questi n’era investito triplamente:

Di Puniziòn, di Scienza e soprattutto
D’Esempio – Or, per chiarezza, spiego come:
In primis, se assegnava un voto brutto,

Nel rapportino segnalava il nome
E, conseguentemente, l’Ufficiale,
Senza voler saper perché o percome,

Al pari di un difetto marzïale
Bissava con tre giorni di consegna
La sua notifica professoriale;

E com’è d’uopo poi, per quel che insegna,
Il grado di sapere lo rendeva
Arbitro e fonte d’ogni cosa degna

Di studio e dedizione, e se doveva
Somministràr severa medicina,
Non esitava certo a fare leva

Sui numeri giocati alla schedina;
Infine, del potere il fondamento,
Ciò che distingue il Re dalla pedina:

Era di nobile comportamento
E nel parlare schietto ma eloquente,
Sobrio e curato nell’abbigliamento.

Non c’era scampo per il delinquente,
Per chi il dovere a lui faceva estraneo;
Lo studio era il lavoro del discente,

Non comodo esercizio temporaneo!
Di questo egli si volle sincerare
Sagacemente e in modo subitaneo,

Porgendo una domanda elementare
A mo’ di esca e poi, come un segugio,
Braccando il più propenso allo scappare.

“Risponda Lei” – mi dice – mentre indugio,
Gli occhi vaganti ad implorare aiuto
Nella ricerca vana di un rifugio;

Mi scopro balbuziente, kaps, …fottuto!
Azzardo congiunzioni avversative
Miste a silenzi… Imbelle in un imbuto,

Zigomi ardenti, orecchie radioattive,
Stremato – come al guado chi barcolla
Nel punto più distante dalle rive,

In trappola tra un vortice e una bolla –
Desisto, rassegnato al mio destino,
Ogni pensiero ormai di pasta frolla…

E mentre attendo mesto, il capo chino,
Immerso nel silenzio più totale,
Il Professore guarda me tapino

E dice: “Cappellone, il vero male,
Non è la sua mancanza d’attenzione:
La sua attitudine superficiale,

Per dirla nel parlar di Cicerone,
È priva di substantia, o per chi voglia
Usare il dotto verbo di Platone,

Di üpokèimenon! …Ma non si doglia,
Questo difetto ha facile rimedio:
Consiglio a Lei e agli altri che ne han voglia

Di aprire il libro e prenderlo d’assedio
Perché un capitolo di antologia
– Pur che il memorizzare non sia un tedio –

Inclusa tutta la bibliografia,
Saranno oggetto d’interrogazione
Domani: Le do piena garanzia!”.

A quella “generosa” ammonizione
Seguì il senso di colpa e di pudore
Pe’l mio causare pubblica sanzione.

Fu allora che la scossa di un tremore
Pur breve ma d’ignota provenienza
Si fece fonte di maggior terrore:

Uno di noi, patita l’esperienza,
Esclama ad alta voce: “Terremoto!”
In preda alla paura e all’impazienza;

Serafico, il docente rende noto
L’agente di quel flebile rollìo:
“È la funicolare, è quello il moto;

Di tanto in tanto il suo salir con brio,
Da via Toledo al Vòmero, si sente
Fin su la vetta del Monte di Dio;

Quand’anche fossero le più violente
Percosse del Vesuvio a dar molestia…
Quale più decorosa ed attraente

Fine sognar si può se, con modestia,
Nell’atto d’inseguir la Conoscenza,
Si faccia fronte a tale invisa bestia?!?”

Timore, alacrità, riconoscenza
Furono i semi di quel primo incontro;
Piantati nella nostra adolescenza,

Del loro germogliar pieno riscontro
La Vita avrebbe poi saputo dare
Con venti ora a favore ed ora contro;

La Qualità nell’Arte d’Insegnare
Non è soggetta al giogo delle ore,
Non è Sapere, ma sapere Amare

Questo l’Archetipo del Professore
Seppe comunicare in pochi gesti
Con fare esperto, andando dritto al cuore.

Ma quelli erano ancora giorni mesti.


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CANTO SETTIMO: LA NOTTE

[Notte amica – San Crispino – Incursione]

La notte vedova col suo silenzio
Gentile anonimo stende il suo velo,
Cosperge la sua polvere d’assenzio;

È generosa, ti regala il cielo,
Quello dei sogni, e ti regala il vuoto:
Vuoto di urla, disciplina, zelo,

Vuoto di Mamma, vuoto dell’ignoto;
Si insinua e ti protegge nel torpore
La notte amica, del sollievo immòto.

Ma il venticinque Ottobre, con orrore
M’accorsi che la pallida Selène,
Vuoi per dispetto o forse per errore,

Al divo Ade invece che ad Irene
Passava della veglia il testimone:
…Un cigolìo lontano di catene

Misto a lamenti pregni d’afflizione,
Appropinquandosi alla camerata
Dette l’inizio a un’egra processione

in devozione all’alma sfortunata
D’uno di noi che, proprio a San Crispino,
Si spense e da quell’ora è condannata

Nei muri che lo videro bambino;
S’apre la porta in fondo allo stanzone,
Un’ombra incede dietro un lucernino,

Un’altra, dietro, intona una canzone –
Manipolo di pochi, tristi pochi,
Fratelli, incappucciati, nell’androne

Avanzano – e di loro i toni rochi
Si fan vicini e accerchiano il mio letto;
Mi desto: non è un sogno! I lumi fiochi

Rivelano a spezzoni il loro aspetto
Che non è umano: scheletri di morti
…O facce come l’occhio di un insetto!

Terrorizzato, penso a quali torti
Io possa – e per che colpa? – aver commesso,
Immobile davanti a quegli storti;

Ora son tutti qui che più dappresso
Non puotesi e, comunicando a gesti,
Si arrestano ed intonano, al riflesso

Dei crocifissi sulle loro vesti:
Requiem aeternam dona ei, Signore,
Et lux perpetua ei, tra i tuoi celesti,

Risplenda, come splende a noi nel cuore”.
Poi quiete… E ancora poi, sinistramente,
Così come arrivati, nel dolore,

Si vanno, strascicando mestamente
Lor calzature che, per qualche istante,
Sembrano luccicare flebilmente… –

Fu vero? …O solo un incubo agghiacciante?!?
E l’indomani, al suono della tromba,
Il dubbio mi trovò recalcitrante

A confessare (a chi?…dell’oltretomba?!?)
…E quindi, zitto, tenni il mio segreto
Del letto trasformato in catacomba.

Cert’è che l’episodio punto lieto
Mi rese meno intima la notte:
Dentro di essa, pur se in modo insueto,

Avèan rifugio l’anime corrotte
Racchiuse nel maniero centenario;
…Chissà che non, nel tufo, nelle grotte,

Si nascondesse qualche millenario
Fantasma di guerriero, di assediante,
O spirto di assassino o di sicario!

Di questo ne fui certo poco avante,
Quando assistetti alla dimostrazione
Che, Brenno od Alarico coadiuvante,

Gli Anziani fecero con l’ “Incursione”!
Gli Anziani: dopo poco più di un mese
A far del nostro giorno un tormentone

Pensaron bene – sempre a nostre spese –
Di rincarar la dose a sole occaso,
Pianificando scorribande estese

Laddove nulla fu affidato al caso,
Perché dei materassi e degli arredi,
Di scarpe e di vestiti, il volo raso

Degli incursori non lasciò più in piedi
Niente di niente, in soli tre minuti
…Senz’altro il più veloce degli assedi!!!

Nulla vedemmo di quei convenuti,
Pe’l gran gridare e’l correre ai ripari,
In preda al panico, nei bagni, muti!

Meticolosamente, quei corsari
Avèan gettato tutti i nostri effetti
In terra o nel cortile e noi, somari,

Ci ritrovammo a fare degli oggetti
Raccolta e cernita per più di un’ora
Finché i locali furono perfetti

Appena in tempo per mirar l’aurora.
Di quell’evento, dopo, in adunata,
Facemmo tutti come quel che ignora:

Ciò che successe in quella camerata
Doveva rimanere un gran mistero,
Un rito di passaggio, una bravata,

Antica Tradizione del Maniero,
Che, come l’altra notte di Crispino,
Faceva sua naziòn di là dal vero:

…Un terremoto? …Un mònito divino?
Cotanto era il potere dell’Anziano:
Un lupo innanzi al tenero agnellino

Che il giorno e anche la notte bela invano.

___

Note:

  • Per gli scientifici:
    – Selene = Luna
    – Irene = Pace
    – Ade = Oltretomba
  • Per i letterati:
    “Manipolo di pochi, tristi pochi, fratelli…”
    È una quotazione shakespeariana dall’Enrico V, lievemente modificata. Il re, il giorno di San Crispino, la utilizzò nel suo discorso per la battaglia di Agincourt.
  • Per i curiosi:
    I Santi Crispino e Crispiniano,
    nomen omen, erano calzolai.
    I versi:
    “Lor calzature che, per qualche istante,
    Sembrano luccicare lievemente” 
    fanno riferimento alla leggenda secondo cui i santi lasciarono un paio di zoccoli di legno a un bambino poverissimo. Bruciati nella stufa, la cenere si trasformò in pepite d’oro.
  • Per gli spadaccini: 
    …Ma nelle “facce come l’occhio di un insetto”
    …avete riconosciuto le maschere da scherma?
  • Per gli storici:
    Brenno (390ac) ed Alarico (410dc) furono i due re (gallo e goto) ad effettuare con successo il sacco di Roma.


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CANTO OTTAVO: GIURAMENTO

[Consegna dello spadino – divisa storica – ex-Allievi in visita per il Giuramento – Giuramento – “Levate!”]

“Più caro della Vita abbi l’Onore” –
Dice la scritta in alto, nel Cortile;
Mentre la fissi, in preda al batticuore,

D’un’elsa il lampo fulgido, sottile,
T’abbaglia e tu lo sai che quello è il segno
Dell’imminente, rapida e virile

Consegna di cavalleresco pegno,
Emblema della condiziòn d’Allievo,
Al grido: “Accettalo!…e siine degno!”.

Lo accetti e a mo’ d’accetta sul rilievo
Dell’òmero – l’acròmion – la puntuta
Estremità s’abbatte e se è un sollievo

Il fatto che l’azione sia compiuta,
Il fuoco è quel di chi il peperoncino
Ha divorato intero a sua insaputa.

Di fronte a te è schierato il tuo padrino,
Sogghigna… e tu, figlioccio, sull'”Attenti!”,
Ora che hai ricevuto lo spadino

Dinanzi a tutti, Autorità e parenti,
Ti senti grande, fiero, amato, armato,
Emozionato, al primo degli eventi

In cui ciò che s’è appreso è dimostrato
Secondo i crismi di un cerimoniale
Che l’oggi riconnette col passato.

…Cadetto! Or’ tra ‘ diversi sei normale:
Vesti la notte e l’astri suoi d’argento
In petto, a retro e ai lati, sul bracciale;

Di cielo azzurro, sotto, è l’indumento
Che avvolge l’apparato ambulatorio;
Ha il nastro pretestato e, in alto, il mento

Solletica un colletto da oratorio
(Quell’elegante, candido ma bièco
Cilicio del canàl respiratorio!);

All’apice, perché tu non sia cieco
Quando fa sole o quando piove nudo,
Porti il kepì col numero che teco

Custodirai per sempre a mo’ di scudo
Di fronte agli accidenti della vita…
Quel minimo ch’è somma magnitudo.

…Cadetto! E finalmente fu finita
L’investitura che era solo il primo atto,
Proemio di una mèta ancor più ambita:

Il “Giuramento”, il nobile contratto
Tra Noi, d’arme i più giovani d’Italia,
E Patria – l’indomani – un cor compatto.

Per questo evento, giunti a far da bàlia,
Un’orda di ex-Allievi, d’ogni donde
E d’ogni quando, incede e tutti ammàlia

Mentr’essa si riversa come l’onde
Ovunque, nei recessi del Maniero;
E al tal che chiama, il tizio che risponde

Accorre e poi, con sentimento vero,
Abbraccia, impreca e bacia e si commuove;
Un nostos che somiglia a quel d’Omero –

Partenope, non Itaca, il suo “dove”.
Mi resi conto allora che quel giorno
Se noi ci affacciavamo a strade nuove,

Loro, nel celebrar tanto il ritorno,
Di quelle la natura circolare
Testimoniàvan tutti quanti intorno.

Alcuni si fermarono a parlare,
Contando loro antica goliardia,
Chi per vantarsi, chi per confortare:

– “…Ai tempi miei pure l’infermeria
Non era immune dal cappellonaggio…”
– “Hai visto che ora c’è la sartoria

Dove una volta si teneva ostaggio
Quello punito, in cella di ‘rigore’?
Sul tavolaccio lo colpiva il raggio

Retato dalle sbarre ed il bagliore
Del sòl color rossastro, al tramontare
Sul golfo ch’era tutto uno splendore!”

…Ma anche: “Kaps, sei forte, non mollare!
Per quanto sia spossante la salita
Tortuoso e lungo ancora il camminare,

Non è soltanto scuro o senza uscita
Il tunnel – dico – non etterno dura;
Abbi speranza, ch’è quasi finita!”

E come l’acqua lenta ma sicura
Seguendo l’oscillare della luna
Arretra e lascia sol sua sfumatura

Così Lor voci piano, ad una ad una,
Scemarono alla volta del portone
Finché non ve ne fu di più nessuna.

Quindi anche noi, plotone per plotone,
Ci ritirammo tutti in camerata
Esausti per l’eccesso d’emozione

Di quella e della prossima giornata
Di cerimonie: l’una entro le mura,
La successiva in pubblica parata.

Or venne il sonno a offrirci la sua cura,
Sicché, rigenerati, l’indomani,
Gagliardi continuammo l’avventura

Sfilando, e io dirò che non fur vani
I tanti addestramenti marzïali:
Coperti, allineati, piedi e mani,

In resta, in movimento, perni ed ali,
Noi cento della prima compagnia
Un solo corpo, insieme, tutti uguali!

“LO GIURO!” – Alzammo il braccio in sincronia
Davanti alla Bandiera decorata
E poi fu il turno della sinfonia

Gioiosa, roboante, meritata
Della fanfara, a riscaldar le vene,
Mentre la mente fredda, concentrata,

Si preparava ad eseguir per bene
L’ordine che destava più apprensione,
Fonte di mille errori e mille pene…

Io parlo del “Levate!”, ù’l battaglione,
Ripone in ordine la baionetta
Nel fodero attaccato al cinturone;

Lo scoglio è la minuscola molletta
Che aggancia sull’estremo della canna
Il manico, perch’essa va ristretta

Con forza, con due dita, e chi si affanna,
Dal guanto e dal sudore ostacolato,
O non la sgancia o l’alza di una spanna,

Si che al “Fianc’arm!”, in modo disgraziato,
Ora s’affretta per recuperare,
Or per raccogliere, più imbarazzato.

Fui sollevato che quel sollevare,
In quell’istante ch’era il più importante,
Riuscì per tutti e fu un bel terminare

Di una giornata bella ed esaltante,
Piena d’orgoglio dopo tanta bile –
Il giusto premio del perseverante;

Rientrati, alla consegna del fucile,
Sentii come un incidere nel cuore
Di quella scritta in alto, nel Cortile:

“Più caro della Vita abbi l’Onore”!

___

Note:

  • Un nostos che somiglia a quel d’Omero: il νόστος è il rientro a casa; unito all’ἄλγος, che è il penare, forma la “nostalgia”.  L’Odissea omerica è un’epopea del nostos, incentrata com’è sul terribile, avventuroso e lunghissimo viaggio di ritorno di Ulisse ad Itaca.  Alla Nunziatella vi è un nostos annuale di migliaia di ex-Allievi il giorno del 18 Novembre, in occasione del compleanno della Scuola e della cerimonia del Giuramento.   


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CANTO NONO: IL PAPIELLO

[Acqua e Misteri – Aspettando nelle scalette – Musica dell’orrore – Consegna del Papiello – Eleusi – “Pompa” – Cappellonaggio e dediche – Sollievo]

Se immaginassi d’acqua le parole,
Di fatti colmerei una sorgente
E d’emozioni un fiume, ma a chi vuole

Sapere di Misteri interamente,
L’oceano immenso, i vortici, gli abissi,
Sarebbero un volume insufficiente

Ad enarrare tutto quel ch’io vissi,
Insieme a cento anime confuse,
La sera del “Papiello” e, se riuscissi,

Il merito sarebbe delle Muse:
Solo per loro puotesi per verba
Significare l’ologramma delle astruse,

Profonde sensazioni che, superba,
Complici il buio ed il pallor lunare,
Per noi, di tempra ancora acerba,

La Terza Compagnia seppe inventare.
Il rito cominciò nelle scalette,
Stipati in fretta al rauco comandare;

Le luci spente, ora il fragore smette;
E dal silenzio s’alza, raggelante,
Un canone di note maledette,

Il mugolo straziato d’un gigante
Che canta degli orrori dell’Inferno
E abbatte il nostro spirto in un istante;

Sbatte un portone; illumina l’interno
E l’ombre annunciano che nel Cortile
Son tanti …c’è chi invoca il Padreterno,

Sapendo che al demonio con la bile
Or seguirà la brace degli Anziani;
Di più non sa, ma trema come un vile.

…Ecco! Lo chiamano e, a quattro mani,
Lo gettano afferrandolo dai lati
Al pari di una preda in pasto ai cani…

Non torna più, inghiottito dai latrati;
Un altro segue presto la sua sorte,
E un altro, in un crescendo di boati;

Adesso il cuore batte forte forte,
L’eccitazione cassa ogni timore
…Forse è così che si affronta la morte!

L’appello scorre, scorre il mio sudore –
Un brivido nel vespro decembrino –
E scorre il tempo, ma al rallentatore;

Le braccia mi sollevano e cammino –
No, corro! – stroboscopico, in un tubo
Di grida, paccheri e sgambetti, fino

A un gruppo di vampiri sopra un cubo
E sotto a un teschio, neri, al cui cospetto
Sono in ginocchio; il capo mi dà un tubo,

Dicendo di accettarlo con rispetto,
Sulla mia spalla prima, dopo in mano,
Di carta ruvida; lo stringo in petto,

Mentre le torce dello stormo arcano
Piangono luce a crescer lo sgomento,
Fan cieco poi che sordo pe’l baccano;

Di lì vengo traslato sul cemento,
A cuccia, in posizione del devoto
Per l’ulteriore fase del tormento;

Pulcino dentro un nido che, da vuoto,
Contiene adesso tutti gli iniziati,
Pronti ad un gran finale ancora ignoto:

S’addensano d’intorno, ai quattro lati,
Gli Anziani e di costoro il Caposcelto
A mo’ di araldo, per noi disgraziati,

Legge il decalogo da lor prescelto:
Legiònem Tèrtiam sèmper vèneràre” –
Comincia ad alta voce, chiaro e svelto –

Plus quàm pneumàtica pompà pompàre;
Tumbaè silèntio vòbis èst subìre;
Per scàlas lùcis cìtior fèstinàre;

Colùbrinàm fluìdo gòmito pulìre
Nigrùmque exstìllat(um) òleùm bibèndum;
Per sùbterraneòs numquàm transìre;

Cappèllas luridàs hic spèrnacchiàndum;
Memènto nòs ad fèstas invitàre;
Racchìscum puèllis sèmper àmbulàndum;

Brandìneam tàndem pìzzam dèvitàre”;
Poi: “…Effe! …Kappa! …Ti!” – la conclusione,
…Il voto principale da osservare!

Il nido è muto e muta è la Legione,
Il tremulo bagliore della fiamma
Affresca, nel mio buio, una visione:

Noi, mystes, sacri martiri di un dramma
Con Dàduchi ed Eletti alla regìa,
Lo Ierofante a capo del programma!

Siamo ad Elèusi come per magìa,
Demetra assisa impreca all’oltretomba
E Pluto ride in preda all’euforia;

Lacrime e gioia, giogo che rimbomba
Dentro l’anàktoron in piena notte
Studiato ad arte a che Ragiòn soccomba

Nel caos che tutto avvolge, tutto inghiotte
E i sensi, liberi, prendano il volo
Verso la luce, fuori dalle grotte.

…La luce! Ed apro gli occhi e vedo il suolo
E l’ombre degli Anziani raggruppàti
Ad intonare il Pompa, il loro ruolo

Rientrato nel normale, assatanàti –
Cortile all’improvviso illuminato –
Come non mai, a versi completàti;

È un attimo; son subito impegnato,
A correre sul posto, a presentarmi,
Finché di colpo mi vien ordinato

Di rallentare un poco, di fermarmi
E srotolare il tubo, che è “il Papiello”,
Coperto dei lor simboli, lor armi –

“…Quale e di chi? …Sciolga l’indovinello!”
È un grande gioco, un rebus collettivo:
“…È questo?” – “…No! …È pazzo?!?” – “…Sarà quello?”

Ogni Divino ha il proprio distintivo –
Un po’ di sé – per simboli e ritratti:
Chi di un tramonto ai piedi di un ulivo

Chi di un guerriero, un corvo o quattro gatti.
Compresa la tenzone, mi cimento
E sbaglio, mi concentro, ci riprovo

E prego, invano, alcun suggerimento
…finché “ci coglio”: ìndico un mastino
E il mio carnefice, tutto contento,

Grigna un sorriso e dice: “…beh, bravino!
E adesso, come impone tradizione,
Sul retro del papiello, col pennino,

Imprimerò, mio caro Cappellone,
Qualche parola che Le tocchi il cuore –
Che spieghi, in qualche modo, l’intenzione

Di quel che, in apparenza vessatore,
Distrugge ciò che resta del fanciullo
E dell’adulto pòscia è lo scultore”.

Fu il primo di decine che da bullo
Si trasformò in un angelo custode
Ed io in qualcuno, da che prima nullo;

Quel che più mi sorprese fu la lode
Che espressero con dediche toccanti
E quella notte – il riso di chi gode

Sognai di buio dietro e luce avanti.

___
Note:

  • Le leggi degli Anziani, riportate sul papiello, erano scritte ed enunciate in “latinorum”.
  • “Plus quàm pneumàtica pompà pompàre” allude alla “pompa” intesa sia come studio sia come attività fisica (flessioni).
  • “Per scàlas lùcis cìtior fèstinàre”: affrettarsi più veloci della luce… Si riferisce all’obbligo di correre ovunque, in particolare nelle scalette della Scuola.
  • “Exstillat(um) oleum bibendum”: l’olio versato nel pulire la carabina va bevuto(!) “(um)” è in parentesi perché non va pronunciato secondo le regole di metrica latina, i.e.: “exstillat’oleum”.
  • “Per sùbterraneòs numquàm transìre”: la visita (proibita e notturna) dei sotterranei dell’Istituto era una prerogativa degli Anziani.
  • “Cappèllas luridàs hic spèrnacchiàndum”: in questo luogo vanno “spernacchiate” le Cappelle (gli Allievi del secondo anno)!
  • “Brandineam pizzam tandem devitare”: e, infine, evitare assolutamente la pizza da Brandi, luogo regolarmente frequentato dagli Anziani.
  • F.K.T.: l’undicesimo comandamento=Fatti i K…. Tua.
  • Nei misteri Eleusini i “mystes”, gli iniziati, venivano storditi prima da una lunga marcia da Atene ad Eleusi, poi giunti al tempio di Demetra nel buio dell’anaktoron, il sacro interno della struttura. L’iniziazione – per il poco che si sa/ipotizza – si concludeva con un improvviso divampare di luce (dalle torce di tedofori, o “dadouchoi”) e una rivelazione da parte del gran maestro della cerimonia, lo “ierofante”.
  • Demetra, dea delle messi e delle stagioni, impreca perché Persefone (lat. Proserpina) è stata rapita da Ade (o Plutone), dio dell’Oltretomba.
  • Il Pluto che ride potrebbe essere inteso come Plutone che si beffa del dolore di Demetra, ma è piuttosto riferito a “Ploutos”, divinità dell’abbondanza, che l’iconografia classica associa al momento della rivelazione dei Misteri, quale auspicio di prosperità in vita e oltre.
  • “Studiato ad arte a che Ragiòn soccomba”: i riti mistici del mondo classico, da Dioniso a Demetra, da Isis a Magna Mater, si contrapponevano al culto convenzionale, razionale e libresco, offrendo una pratica di tipo “esperienziale”, istintivo, naturale finalizzata alla creazione di un rapporto personale e diretto con la divinità. Questo approccio religioso “a due corsie”, l’apollinea e la dionisiaca, presenta molte similarità con l’educazione marziale dell’Istituto Militare, da una parte molto formale e prescrittiva, dall’altra, a mezzo delle “Tradizioni”, più intima, profonda, ferale.


Imago de Commedia dell'Allievo.

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CANTO DECIMO: NATALE

[Primi sorrisi – Docce – Spettacolo di Natale – Confessione]

Natale ormai vicino, il Dies Irae
Passò da una frequenza quotidiana
Ad atti occasionali; è come dire

Che prima se soffiava Tramontana,
Prendeva adesso Nòto il sopravvento
A rivelar la dimensione umana

Nell’area sotto il naso e sopra al mento:
Le virgole agli estremi della bocca,
Neutralizzate dal regolamento

Cieco censore d’ogni cosa sciocca,
Si risvegliarono senza pudore;
Il labbro, da che immobile, si sblocca;

I denti, in un trionfo di splendore,
Annunciano la luce del sorriso
Sui nostri volti ed anche l’Istruttore –

Proprio così, senza nessun preavviso
Risponde con un fare conciliante,
Da lupo ad orso, sdoganando il riso.

Non ch’ei non fosse più terrificante
…Ma almeno si poteva esser sinceri!
Ricordo un episodio esilarante

Quand’era d’obbligo restare seri:
La doccia di plotone nei locali
Rubàti al tufo, candidi cantieri

Per convertire noi – mezzi animali
Per quantità di lezzo e di sudore –
Con vecchi metodi, quelli brutali,

In èfebi radianti di splendore.
Stavamo sul “Riposo!” dei soldati,
Poco ortodosso in forma e per colore,

Mimetica e ciabatte, telo ai lati,
Armati di sapone e necessaire,
Seriosamente immobili e inquadrati.

Un furbo tra di noi, con savoir faire,
Inzolfa la già fetida atmosfera
Fuori all’hammam, nefario, nel parterre,

Con una loffa così a lungo prigioniera
Che dopo un’esplosione silenziosa
E subdola, spandendosi a raggiera,

Fa scempio di narici e, spiritosa,
Desta nei muti un ìlare reazione
D’incredulo disgusto… è spaventosa!

Son gli occhi a rivelàr la situazione:
Chi lacrima, chi ròtea, chi spalanca;
Chi accusa, chi qua-là, chi …umiliazione!

Immobili. Terrore a destra e a manca
E l’Istruttore, a dieci passi, è colto
Dall’onda d’urto: sniffa un poco e sbianca

Ma il suo annusàr vien subito distolto
Dall’improvviso spalancàr di porte
Dietro di lui – salvifico risvolto,

un magico intervento della sorte
E il pronto mescolarsi di correnti,
Al flusso uscente di un’altra coorte

Di kaps tornati umani, rifulgenti,
Fa’ da livella ossigenando i lordi
Ed inquinando i mondi che, innocenti,

Affrettano l’egresso dai locali,
Con sguardi accusatori e divertìti,
Mentre noi si procede a nuovi mali.

In meno di un minuto già svestìti,
Nell’anticamera del calidarium
Siam pronti a far le corse perseguìti

Dalle consuete urla nell’aquarium,
Un dèdalo di muri impiastrellati
Di colpo tramutatosi in gymnasium:

Nudi, corriamo goffi e inciabattati,
Il telo in vita, metodo egiziano,
In gara verso i loculi agognati

Per il primato – saponetta in mano –
Di bagno rapido, sotto il minuto,
Tra gettiti più caldi di un vulcano

O dardi gelidi, gli uni d’acuto
L’altri cagiòn di grave vocalizzo,
Gorgheggi che son strilli, coro bruto

Ma breve perché, dopo qualche schizzo,
È ora di vestirsi in un istante
Con la destrezza di un cavallerizzo.

Di quella lustrazione fulminante,
Quanto più seria era l’esecuzione
Tanto più comica la risultante:

Mutanda all’incontrario, scivolone,
Alzabandiera illecito e patente,
Inciampo all’insaccare il pantalone;

E puoi star certo che, se l’incidente
Non t’era capitato in quell’istanza,
Avresti rimediato alla seguente

Per semplici ragioni di abbondanza!
…Torniamo dunque ai giorni natalizi:
In un calando della solita mattanza,

I nostri Anziani, in vena d’armistizi,
Rivolsero i lor modi irriverenti
A più elevate fonti di supplizi:

Docenti ed Ufficiali onnipotenti,
Per mezzo di spettacolo teatrale
Ridotti a imitazioni divertenti!

La recita fu un atto magistrale,
Gioco nel gioco, un lazzo, una canzone,
U’ Boccia, nomen omen, gutturale,

Compete col ruggito di Ferone;
Soffia Merolle e Sàtana bombisce,
Ulula Rocchi, sibila Corcione,

Trilla De Guido e Pruiti nitrisce;
Genzardi pàupola, bùbbola Giusti,
Pezzullo gruga e Magliole frinisce!

Ce n’è per tutti un po’ e per tutti i gusti
Finché la satira si fa poesia:
Ogn’anno il due Novembre...” – uno dei fusti

Intona, con dolcezza e cortesia,
Quel carme che è un elogio all’uguaglianza,
Una lezione di filosofia,

Il presupposto della fratellanza… –
Ma fosse mai che il Principe Comneno,
Avesse mai prestato militanza

In queste mura? – No. Cionnondimeno,
I versi di quell’uomo eccezionale
Seppero cogliere il bersaglio in pieno;

Seguì, a quel commovente gran finale,
Il calo del sipario, dando inizio
Al conto alla rovescia per Natale…

Ed in quel clima frivolo e propizio
Dei giorni antecedenti alla licenza,
L’orso Istruttore reclamò, per sfizio,

Paternità di quell’orrenda flatulenza.

___
Note:

  • Anemologia: la Tramontana è il vento del Nord; Noto (in Greco – in Latino Austro) è il vento del Sud.
  • Animalia: il leone ruggisce, la foca soffia, l’ape bombisce, il cigno sibila, il cardellino trilla, il cavallo nitrisce, il pavone paupola, il gufo bubbola, la tartaruga gruga, la cicala frinisce.
  • I nomi riportati rappresentano Professori e Ufficiali, a cui gli Allievi dell’ultimo anno, nel corso della recita natalizia da loro rappresentata, “facevano il verso” con scenette satiriche.


Imago de Commedia dell'Allievo.

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CANTO UNDICESIMO: L’AFFRESCO

[Natale a casa – Soli a Scuola! – L’Ufficiale]

Pigmenti finemente macinati,
La gomma arabica come legante,
Su carta di cotone – crini idrati –

Leggero e diafano… com’è elegante
E delicato il tratto del pennello
E luminoso, fluido, confortante,

Nell’arte di pittare ad acquerello!
Di contro, si usa sabbia grossolana
Nella stesura del primo mantello

Sul muro grezzo, e poi la pozzolana
Per tonachino, prima del colore
Che, apposto sopra l’umida membrana,

Produce, in un trionfo di splendore,
Maestoso duraturo ed imponente,
L’affresco, mezzo artistico asperiore.

Rientrato a casa temporaneamente,
Nell’acquerello della vita fuori,
Trascorsi alcuni giorni allegramente

Senza gli Anziani, senza gli Istruttori,
A bassa voce, sveglia tardi, coccolato,
Niente Ufficiali, niente Professori,

Sorrisi, gentilezze, cioccolato,
Non grida, non “Attenti!”, niente corse,
La passeggiata in centro col gelato…

Eppure, stranamente, solo forse,
Sentivo dentro me come un richiamo:
Partenope guerriera, solo forse,

Serbava più che un sacrificio gramo
Col suo tramare, in modo accelerato,
L’ordito dell’Ardito, in un ricamo

Ancora non del tutto rivelato.
Dopo due settimane di licenza
Nei luoghi che da poco aveo lasciato,

Di quel periodo di convalescenza
Dai ritmi del collegio militare
La vestizione fu la desinenza:

Mi appresto pigramente ad indossare
Camicia e calze lunghe, nere e bianca,
E libero, in mutande, passeggiare –

Per una volta coi minuti in banca!
Senza pensieri, vago, fischiettando,
Le scarpe a punta assiso sulla panca,

Il dopo-barba a schiaffo, canticchiando,
Ad infilzare il pantalone a striscia,
Bretelle impolliciate, molleggiando;

Dal sotto-scarpa nero a pelle liscia
Inizio la trafila dei bottoni:
A manca, a ritta e, poi che’l braccio sguiscia

Dentro la giubba, smorfie e contorsioni
A centrar l’asola del panno interno,
E via con rapide digitazioni

Pe’i sette in fila che ornano l’esterno;
È il turno del colletto -“ahia! (…più piano…)”-
Candido, rigido come l’inverno,

Quindi l’epilogo, spadino in mano
Che prima aggancio avanti e poi a tergo;
Guanti e kepì, lo sguardo già lontano,

Pronto a cambiar categoria d’albergo.
Saluti, baci, abbracci e via sul treno
E si riparte, a cominciar dal gergo,

Oltre la soglia che fa il più dal meno,
Quel luogo dove il modo Indicativo
È quasi inutile, tenuto a freno

Dalle formalità di un Congiuntivo
Che non esprime dubbi o potenziale
Ma gli ordini del modo Imperativo:

“Comandi!” è la risposta naturale
A: “Venga! Vada! Dica! Alzi la testa!”-
Refrain di quell’economia verbale

Che ora ti solleva e or ti calpesta.
Il mese di Gennaio passò in fretta:
Gli Anziani, in apparenza, a far la siesta;

Le Zak, fantasmi a struscio di corsetta;
Noi Kaps libri e routine, disciplinati,
Solleciti che …manco una saetta,

Esecutori appieno navigati.
Le novità ripresero a Febbraio,
La prima settimana, abbandonati

Dagli altri co-inquilini del vivaio:
Le bisce a scivolare sulla neve,
Gli dèi fra il Militare e l’Operaio

In viaggio d’istruzione; e seppur breve,
Quell’intervallo fu un’evoluzione –
Ufficialmente perché in modo lieve,

In una sorta di pre-selezione,
Fummo introdotti all’arte del Comando;
Ma di nascosto, il cuore dell’azione

Ci vide gareggiàr pianificando
Goliardiche incursioni tra Sezioni;
Di giorno serietà… di notte sbando!

Nel chiaro-scuro privo di lezioni
Di scuola (non di vita!), presi atto
Del vincolo che tra i commilitoni

Si salda col sudore, col misfatto
Con le risate e con la sofferenza
Purché perché comuni; nasce un patto

Non scritto o detto, nasce una Coscienza
Che esprime la sua forza nel plurale,
Che fa dell’Io e del Noi l’equivalenza.

E presi atto del ruolo speciale
Di chi paternamente ci seguiva,
Muro portante, austero: l’Ufficiale.

Quello che se sgarravi ti puniva,
Che se non imparavi le sinossi,
Puntuale – in pubblico – ti redarguiva;

Ma ora, con gli ostacoli rimossi
Dei nostri inquadratori gradüati,
Aveva abbandonato i toni grossi

Mostrando modi più considerati.
Dotato di operosa onnipresenza
A rotazione, negli orari più svariati,

Pianificava serio, con prudenza,
La luce sempre accesa in fureria,
Lezioni di carattere e di scienza,

Di disciplina e di galanteria,
Di tattica, di azione militare;
E se esigeva con pignoleria,

Sapeva di dovere ripagare
Col soldo del solerte educatore:
L’Esempio – per poi piano pazientare

…Non l’attimo che dal caricatore
Necessita la corsa del proietto
A dar riscontro al franco tiratore

…Ma i lustri indispensabili al soggetto
Di tanta pedagogica attenzione
Ad applicarla e constatar l’effetto –

…La posta in gioco? Spregio o adulazione
O mera indifferenza alla memoria
Che, ad avvenuta carbonatazione,

Consegna ogni figura alla sua storia.

___
Note:

  • “a centrar l’asola del panno interno”: la giubba della divisa storica aveva un bottone interno all’altezza della vita, utile a fissare una sorta di doppiopetto interno.
  • “i sette in fila che ornano l’esterno”: i bottoni di colore argento del pettorale della divisa storica.
  • Zak […] bisce: Allievi del secondo anno.
  • …“a struscio di corsetta”: la corsa delle Zak era un’andatura particolare, di poco più rapida del passo, le braccia parallele al corpo, strisciando le suole della scarpa quasi fosse una pattinata.
  • …abbandonati: al termine del primo quadrimestre scolastico, nella prima metà di Febbraio, il terzo anno si recava in viaggio d’istruzione a visitare realtà militari ed industriali tipicamente nel Nord Italia; il secondo anno in una località Alpina per sci e addestramento invernale; il primo anno rimaneva solo a Scuola, effettuando gite giornaliere nei dintorni di Napoli.
  • Carbonatazione: processo chimico dove, nel contesto di un affresco, la calce e i colori si combinano con l’anidride carbonica dell’aria e formano il carbonato di calcio, che salda fra loro la calce e i pigmenti di colore. Ciò consente a calce e colori di indurirsi e acquistare resistenza. Questo termine ricollega la parte conclusiva del canto a quella iniziale.


Imago de Commedia dell'Allievo.

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CANTO DODICESIMO: AMORE, MORTE, RESURREZIONE

[Perder tempo? – Il Masso – Ermione – Festa alla Scuola – Messa Solenne – La Guardia – Coro e Chiesa – Primavera e Passione]

Stasera c’è fermento, son di fretta;
Nell’atmosfera elettrica, vivace,
“Tranquillo” – dice, muta, la lancetta

Dell’orologio che dal muro si compiace
Di ricordare a chi gli passa sotto
Che: “IL PERDER TEMPO A CHI PIÙ SA PIÙ SPIACE”;

“Ho tempo” – penso …e rido di quel motto –
…Chi ha tempo, qui, da perdere al sapere?!? –
Andando, più del solito, di trotto

Verso l’uscita e, prima del portiere,
Di passo, con saluto militare
Al simbolo di Patria e di Dovere:

Il “Masso” d’Alpe Madre fino al mare,
Granitico tributo agli ex Allievi
Caduti eroicamente a guerreggiare;

E, dopo poco andare a passi lievi,
Accelero al di fuori del portone
Perché gli istanti scorrano più brevi

Al rendez-vous con la mia bella Ermione,
Partenope radiante di bellezza
Virente, contrappunto all’illusione

Del grigio-verde addio alla giovinezza.
Acerbo, non poteva essere Amore
Ma un campo elìsio di spensieratezza:

Lei sorrideva e mi batteva il cuore,
Io offrivo l’asola del braccio destro
Per passeggiarla come le Signore;

Al fianco lo spadino – che maldestro,
Sopra il ginocchio, in garrula cadenza,
Scandiva dell’effimero sequestro

I modi e i tempi con amabile incoscienza
Come se mosso da sua propria vita –
Faceva strada lungo la pendenza

Dell’Èchia dove, in cima alla salita,
Tornando sui miei passi, nella Scuola,
Ermione, quale ospite gradita,

Entrava – la sua veste color viola –
Al ballo organizzato dagli Anziani,
Serata a tema: “Rock e Coca-Cola”!

Entravano, tra inchini e baciamani,
Drappelli di sorrisi e di colori,
Aulenti dame co’ lor capitani

In chiaro-scuro, sotto i riflettori
Da discoteca, musica assordante
…E siamo coppie, prede o cacciatori

Dentro il salone alto, rimbombante,
Ricolmo di gloriosa adolescenza,
In un agòne dove il principiante

Non è quello che sbaglia la cadenza:
È quello che Cupìdo ha abbandonato
Per troppa o troppo poca intraprendenza;

Ermione non avrebbe sospettato
(Né l’altre) che quel mare di persone,
Nel quotidiano, fosse tanto separato:

La festa aveva fatto un’emulsione
Di acqua, aceto ed olio, tre sostanze
In una, in un’effimera illusione… –

Tre compagnie di nuovo a fine danze.
Ma non ancora: il suolo par di brace
E ognuno a turno, senza titubanze

Fa a gara per mostrarsi il più capace
Nei ritmi rock’n’roll, o’l più giullare;
Il cerchio intorno applaude, si compiace,

Si stringe, poi riprende ad allargare,
Si spezza, si tramuta in serpentone
Le mani all’aria, in coro a strepitare:

Oi vita, oi vita mia…” – quella canzone
Che, vera, schiude l’anime novelle
E ci descrive, e ti descrive, Ermione;

Il Golfo luccica sotto le stelle
E complica lo strazio del commiato
Perché come tutte le cose belle

Or le contempli ed ora il tempo è andato;
Un batter d’ali e, già sotto coperta,
Il sonno segue il sogno ch’è volato.

Puntuale, squilla perfida l’allerta
(Al tardo coricarsi indifferente),
E, sveglio, l’andatura un poco incerta,

Mi sciacquo il viso e poi, rapidamente,
Indosso l’uniforme da parata
Perché stamane, il sole risplendente,

Si celebra il trionfo dell’entrata
Del Re Giudeo nella sua capitale
Nel tempio dedicato all’Annunziata,

Con una Messa che il cerimoniale
Chiama “solenne”, dove noi cadetti
Magnifichiamo il canone rituale

Sfilando in quadrilateri perfetti,
Al ritmo della batteria tamburi
…Tre schiere di soldati-chierichetti!

Prima però, le spalle ai sacri muri
Che vigilano il Masso, una decuria
Di pretoriani, snelli, i visi scuri –

La “Guardia” – comandata da una furia
E accompagnata dalla Prima Tromba
Rende gli onori a Militari e Curia;

Deposta la corona, il cielo romba
E le drappelle luccicano al vento;
S’invola, immacolata, una colomba

E noi, marciando stretti, cento a cento,
Riempiamo la navata, e dall’altare,
Alcuni istanti dopo il nostro avvento,

Fende il silenzio un morbido cantare;
Quindi un crescendo di polifonìa
E voci e suoni paion rimbalzare

Su quel tripudio di policromìa
Di marmi, tele e affreschi straordinari
…Recondita, diacronica armonia…

Il coro è dietro, dove firme secolari
Sussurrano i Crypteia di un passato –
Lo stesso di noialtri, loro pari

In un futuro ancora non tracciato.
Morte e resurrezione, ciclo eterno,
Nell’omelia contata dal prelato

Pervadono ogni spazio dell’interno
Di quella chiesa e del mio sentimento
E ancora, sull’”Attenti!”, le discerno

Quando alla fine, assunto il sacramento,
Ascolto la “Preghiera dell’Allievo”
Ch’è un po’ battesimo, un po’ testamento;

E poi, con un sospiro di sollievo,
Pochi minuti appresso nel Cortile,
Dopo rivista senza alcun rilievo,

Ritorno all’immanenza giovanile,
Alla libera uscita con Ermione
E Primavera, tiepida e gentile

È lì, è lì… guida la mia passione.


Note:

  • Alpe Madre: un modo di chiamare il Monte Grappa; il “Masso” è un frammento di roccia, alto circa 3 metri, posizionato nel corridoio di ingresso alla Scuola in ricordo dei Caduti della prima Guerra Mondiale e, simbolicamente, di tutti gli ex-Allievi Caduti. Nel passare alla destra del Masso, gli Allievi sono tenuti a porgere il saluto militare.
  • Ermione […] virente […] aulenti […] schiude l’anime novelle […] e ci descrive […]: omaggi alla poesia “La pioggia nel pineto” di Gabriele d’Annunzio.
  • Il Golfo luccica…: dai locali della Sala Convegno si poteva godere di viste mozzafiato del Golfo di Napoli.
  • Il trionfo dell’entrata del Re Giudeo…: la Domenica delle Palme.
  • Nella Chiesa: […] tele […] Recondita, diacronica armonia: omaggio all’Opera “Tosca” di Puccini.
  • Firme secolari: dietro l’altare, sui marmi e sui muri, ci sono firme di ex-Allievi fino a due secoli fa.
  • Crypteia: tradizioni rituali segrete dell’antica Sparta.
  • È lì, è lì… guida la mia passione: amore, morte e risurrezione, sincretismo di riferimenti biblici legati alla Pasqua, di valore trascendentale, e del fiorire dei sentimenti della giovinezza, di valore immanente.


Imago de Commedia dell'Allievo.

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CANTO TREDICESIMO: IL BLU

[In guerra con il Blu – Sotterranei – Il sogno] — …Grazie Pasquale Mosella 03-06!

Giunta la primavera, entrammo in guerra
Con un nemico soprannaturale:
Il Blu, che dei colori della terra

Pare il più mite, si mostrò letale
Quando le nubi andarono in licenza
E il Sole, Sua Maestà Imperiale,

Scelse il Vesuvio come residenza
Per la stagione; Azzurra, Fiordaliso,
Cerulea, Ciano era la trasparenza

Del cielo che specchiandosi, narciso,
Sul mare, gareggiava con Turchino,
Pervinca, Alice ed Indaco, deriso

Da Tiffany, Egiziano e Blu Marino,
Cobalto, Persia, Prussia ed Oltremare –
Sfide cromatiche per far meschino

Chi, come noi, poteva sol guardare
Dalla prigione rossa del Maniero
Ma punto immaginarsi di toccare.

Ubiquo, intenso, prepotente, altero,
Il Blu si combatteva con lo sguardo
immerso dentro un libro, o con il nero

Del calamaio, mentre lui, beffardo,
Comprometteva l’interrogazione
Minando il nostro zelo sul traguardo.

A mitigar tanta sopraffazione,
Giungeva grato il manto della sera
Agendo per graduale sottrazione

Finché la notte buia, più severa,
Addormentava tutto, anche i colori.
O quasi. Verso l’una una pantera…

No, due… aspetta… quattro… sei bagliori,
Sei sagome feline sveltamente
S’aggirano; una squadra d’incursori

Del terzo anno, spudoratamente,
Son qui. Ma tosto appare, a passo greve,
…Il Blu! La sciarpa azzurra del Tenente

Procede in camerata in tempo breve,
Accolta dalla quiete surreale
Dei letti a schiera mentre, lieve lieve,

Scivola via invisibile, spettrale,
Il branco, così com’era venuto,
Verso l’Olimpo, ignoto all’Ufficiale.

“…Chi erano?” – Non l’avrei mai saputo;
In cerca di qualcuno o di qualcosa,
Li avevo visti perché in quel minuto

Tornavo da una meno avventurosa
Sortita alle latrine fuori orario
Ed attendevo, come chi riposa,

Il chiùder delle palpebre il sipario.
Da allora seppi che l’allievo Anziano
Con spirito indefesso, temerario,

Dell’apertura del tempio di Giano
Era garante nell’eterno gioco
Del topo astuto e del gatto che invano

S’apposta, corre, zompa ma per poco
Fallisce perché è uno contro cento
Sempre deviato all’acqua, mai al fuoco.

Così, nel ventre sacro del Convento,
S’avvicendavano segretamente
Torme notturne nell’adempimento

Degli obblighi di ogni adolescente
Ovvero esorcizzare la paura
Osando, e coglier l’attimo fuggente

A proprio rischio, e andare oltre misura
Talvolta…Shhhh! …La leva sulla grata
Richiede una precisa angolatura…

Non basta… Mentre il guastatore guata,
Il suo aiutante posiziona un panno;
Degli altri, trepidi, nessuno fiata.

…E in un istante, che equivale a un anno,
Il Cerbero ferroso ma ovattato,
Pesante, cigola mentre se n’ vanno

Uno per uno all’Ade ch’è situato
Nei sotterranei della Nunziatella;
È l’ipogeo di Napoli, scavato

Nell’Èchia e sotto Sanità e Forcella
Dai Greci, dai Romani, dal Borbone;
Qui trovi un tunnel, lì ‘na capuzzella,

Là un acquedotto, qua un autosalone.
Del Blu nessuna traccia, solo scuro;
A dieci metri sotto lo scalone,

La torcia mira il cerchio sopra un muro
Dipinto di cognomi, classi e corsi,
Stoà Pecile, segno imperituro

D’intrepide avventure, di percorsi
Che qui si fondono a neutralizzare
Lo spazio-tempo …presto! …Son trascorsi

Minuti prezïosi …C’è da fare!
Ed uno ad uno, autografato il sito,
A gesti sono pronti a riaffiorare;

Cerbero latra al ritiràr del dito,
Riprende sua consueta posizione
E, quando tace, il gruppo è già sparito.

Di questa e qualche altra operazione
Ero venuto, a pezzi, a conoscenza
Grazie all’occasionale confessione

Del mio padrino, ed alla confidenza
Di alcuni che parevan più informati
Su chi, lasciando a casa la prudenza,

Nottambulava in cerca di primati
E, a forza di sentire questo e quello,
La fantasia, con i suoi piedi alati,

Di sera, mentre dal letto a castello
Fissavo il lume e ‘l suo gentil tremore,
Mi trasportò in un sogno pazzerello…:

Mi trovo in tuta e ammiro lo splendore
Della vetrata in faccia a via Parisi;
La luna piena, con il suo pallore,

Dei tre che son con me dipinge i visi
In bianco e nero, e dell’ampia finestra
I vincoli che, svelti ma precisi,

Sciogliamo; sul ciglione, sulla destra
Dorme il pennone u’ svetta la bandiera;
Sinistra e via, cadenza un po’ maldestra,

Lo sguardo fisso sulla mezza sfera
Che copre l’abside dell’Annunziata
Per non guardare in basso; una preghiera,

Sei passi cuore in palla, una falcata
E siamo sopra i tetti ad ammirare
Quel panorama: fulgido in giornata,

Di notte ancor di più, tutto un brillare!
…Napoli! Al mondo la più bella costa
Che dal Vesuvio scende fino al mare…

Di lì voliamo a una beltà nascosta,
La Rampa Caprioli e, giù alle scale,
Piazza dei Martiri, dopo una sosta;

Poi dibattiamo: “…Non sarebbe un male
Rientrare in camerata senza niente?” –
“…Cornetti da My Way a San Pasquale?!?” –

E, detto-fatto, abbiamo l’occorrente
Per soddisfare il resto del plotone,
Sperando che la ronda del Tenente

Non abbia riscontrato l’evasione.
È quasi l’alba e riprendiamo il volo
Planando, liberi, sul Chiatamòne

…Ci siamo quasi: al Console Spagnolo
E alla sua statua, con toccata e fuga,
Rendiamo omaggio e adesso manca solo

La donna immobile, senza una ruga,
Che adorna il corridoio del Comando –
La Nike – e, al passo della tartaruga,

La salutiamo zitti e poi, virando,
Ci dileguiamo su per le scalette
Al vicinissimo traguardo, quando

Uno scarpòn, coperto dalle ghette,
Urla: “…Fermatevi!!!” – …Squilla la tromba,
Sobbalzo e temo il peggio: “Ci fa ‘a fette’!!!

…Questa bravata sarà la mia tomba!”
Ma poi mi rendo conto che son sveglio
E ch’è la sveglia quella che rimbomba!!!

Una sciacquata, già mi sento meglio;
Il Blu dilegua quella notte corta
Di sogno, quasi d’incubo al risveglio

E mi sorride, dolce, e mi conforta.

___
Note:

  • Olimpo: le camerate degli Anziani.
  • Giano: un’antica tradizione romana prevedeva l’apertura delle porte del tempio di Giano bifronte quando lo Stato era in guerra – e la loro chiusura nei rari periodo di pace.
  • Cerbero ferroso: la grata di ferro che copriva l’accesso ai sotterranei;
  • “Capuzzella”: teschio. Ricorda il cimitero delle Fontanelle, nella Napoli sotterranea.
  • Autosalone: durante la seconda guerra mondiale il tunnel borbonico fu usato come rifugio, ma anche come deposito di moto e macchine.
  • Stoà Pecile: portico multicolore costruito nel V secolo ad Atene, famosissimo sito dell’antichità e sede di dibattito filosofico.
  • Abside dell’Annunziata: la zona absidale della Chiesa della Nunziatella, situata a fianco alla Scuola.
  • I nomi propri menzionati nel sogno sono luoghi, strade, palazzi di Napoli nei dintorni della Nunziatella, la cui zona immediatamente circostante è nota anche come “quartieri spagnoli”.
  • Nike: nel corridoio del Comando di Battaglione della Scuola c’è una statua della Vittoria alata.


Imago de Commedia dell'Allievo.

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CANTO QUATTORDICESIMO: UNA FURTIVA LAGRIMA

[Saluteremo – Scalone & Stecca – Addio – Mak π 100 – Roma – Campo – Fine]

Di cosa sa una lacrima? Di Niente,
È un urlo liquido senza rumore;
Disegna l’anima e, come una lente,

Amplifica e distorce ciò che il cuore
Stilla, gonfiandosi, per non scoppiare:
Addio, pietà, felicità, dolore,

Lisce o salate gocce dolci o amare,
Essenza inconsolabile di assenza
Che è inutile provare a soffocare.

Fu messa a dura prova la capienza,
Da Maggio in poi, dei dotti lacrimali,
Colpita come fu dalla sequenza

Di molte cerimonie terminali
E varie, della terza compagnia,
Sparvieri intenti a dispiegar le ali.

Si cominciò da sana goliardia:
Li precedemmo un giorno, stranamente,
A mensa e poi – per due – con allegria,

Entrarono annunciati formalmente
Al rullo del tamburo da un araldo
Finché, arrivati tutti, prontamente

Cantarono un poema maramaldo
Composto per far sfregio ai superiori,
Per scherzo (anche pesante), come saldo

Di fine corso; il verso di quei cori
Incominciava con: “Saluteremo…”
Seguito da Ufficiali o Professori

Svelati dal nomignolo un po’ scemo,
Colpiti ne’ lor vizi, lor peccati,
Come Caronte quando batte il remo.

Poi venne il turno, ad essere attaccati,
Delle Cappelle, era di sera, nell’androne:
Ci raccontarono che, allineati

Sui corrimano ai lati allo scalone,
Gli Anziani erano pronti ad invitare,
Per cinque rampe, una per sezione,

Le Zak, nel loro ultimo strisciare,
A conquistar l’onore dell’ascesa
Di quella gradinata militare;

Per rènder meno facile l’impresa,
A parte l’urla con volume a mille,
Da lati opposti, qualche gamba tesa

(O maglio perforante) quelle anguille
Ostacolava, in modo tale che ogni passo
Fosse un assalto a sponde più tranquille;

Infine, sulla cima, il corpo lasso
Del rettile era pronto a far la muta:
D’un tratto, sollevandosi dal basso,

Di condizione degna più evoluta,
L’ignava serpe risorgeva Anziano.
A suggellare quella corsa bruta,

O meglio, quel passar di mano
Del testimone in termini ufficiali,
Si ricorreva ad un oggetto strano,

Usato da soldati e generali,
Un tempo, per la monda dei bottoni:
La “Stecca”, nei contesti marzïali

Umile simbolo di Tradizioni;
La sua consegna, ben coreografata,
Davanti agli occhi di noi Cappelloni,

Avvenne in una splendida giornata
La settimana dopo, in occasione
Del “Mak Pi Cento”, in pubblica parata

Dentro la Scuola, con il Battaglione
Schierato come mai senza difetto,
Esempio di matura perfezione

Che di trecento face un sol cadetto.
Se il corpo era perfetto esecutore,
La mente stava altrove per effetto

Di quanto occorso a notte, il dì anteriore…:
Stavamo a letto, quando un gran vociare
Si leva dal Cortile, un tal fragore

Da indurre prima uno a controllare
E poi, di corsa, gli altri sui balconi
Mentre gli Anziani iniziano a cantare;

[Canto dell’Addio in musica]

Sono seduti, sembrano Shoshoni
In un pow wow a lume di candela,
Ognuno col suo cero, in letteroni,

A compitare il verbo che rivela
Perché son là, perché là non saranno:
“A D D I O” – ed ecco, il sangue si raggela

Al sol pensier che presto se ne andranno
Ma si riscalda nell’udir la melodia
Gentile di commiato, fede, inganno

(Del Tempo), di precoce nostalgia,
Promessa di ricordo e di ritorno,
Di Patria, di coraggio; un’elegìa

D’Amore che riecheggia tutt’attorno
E pare un canone e il suo ritornello
Garrota il cuore, brucia come un forno,

Finisce. E resta il vuoto. Un venticello
Rimescola quel magma di emozioni
Comuni e di Silenzio e, sul più bello,

Si alza il Trombettiere e con i suoni
Del suo strumento angelico, struggente,
Lo interpreta; il vibrato, i semitoni

Fuori ordinanza, inesorabilmente,
Abbattono le dighe che il pudore
Aveva costruito inutilmente;

Un rivolo, un ruscello e poi il fragore;
Un fiume, un mare, non c’è più bisogno
Ed è impossibile nascondere il dolore

Di un incubo che, trasformato in sogno,
Adesso, proprio adesso che son sveglio,
Svanisce e mi dispiace e mi vergogno

Perché avrei potuto far di meglio
Se avessi realizzato un poco avanti
Che, dietro la prosopopea del veglio,

C’era un Fratello… lo eran tutti quanti!
… “Attenti!” – tuona secco il Comandante –
Chiamando i miei pensieri ormai distanti

Alla realtà mentre l’altoparlante
Annuncia la mia ultima sfilata
Coi miei Anziani, al tuono emozionante

Degli Imperiali, all’asta roteata
Erculea dalla stazza del mazziere,
Al “Passo!” mentre l’orda si commiata;

Più tardi… è la più bella delle sere
Per i romantici e per tutti i cari
Presenti al Ballo, dove il cavaliere

Guida la dama in vortici precari
Di liscio e rock’n’roll sotto la luna
A chiudere tre anni straordinari;

L’Anziano con la bionda o con la bruna,
Noi Cappelloni a lavorar di fantasia
In camerata, come chi digiuna

Finchè, fremendo un po’ di gelosia,
Verrà il suo turno; adesso siamo soli
E ci sorprende la malinconia…

Ma non a lungo; Presto i nostri ruoli
Cambiarono; ci sentivamo pronti
E armati per spiccare i nostri voli.

Due Giugno, Roma. È l’alba, un poco tonti
Per l’ora presta, ripetiamo la cadenza
Marciando, sguardi fissi, terse fronti,

Fucile alto nel petto, adolescenza
Radiosa a celebrar l’anniversario
Della Repubblica, in un’occorrenza

Speciale che giustifica il calvario
Notturno con miriadi di soldati,
Di prove col Parà e col Commissario,

Con Lagunari, Avieri e Cingolati,
Il Col Moschìn, i Comsubìn, gli Alpini,
Cavalli e Biciclette e Decorati.

All’ora stabilita, i sampietrini
Che coprono dell’Urbe i grandi viali
Subiscono l’assalto, poverini,

Di noi Legioni, qui, ai Fori Imperiali,
Quest’oggi come un tempo celebrate
Dal popolo in percorsi trionfali;

Le nostre fila sono ben serrate,
Davanti le precede la Bandiera
E son le prime, le più rispettate

A causa dell’età che è una frontiera
Di oppòsiti: più giovani e più antica,
La Nunziatella è UNA e sfila fiera –

E io son lì – che importa la fatica!!!
Un battito di ciglia ed è finita
…E dolce è ritrovar la branda amica.

Finì la scuola ma restò in salita,
Stavolta su pe’i monti, il nostro corso,
Al campo estivo che non fu una gita;

Un mese con lo zaino sopra il dorso
Sudato, col fucile e con l’elmetto,
L’amico sempre pronto a offrire un sorso

Della sua acqua e a sera, in un baretto,
Di vino (si diceva che i locali –
Lo giuro! – pretendessero un goccetto

Con la consumazione e noi, leali,
Obbedivamo). Quella vita di caserma
Ci regalò momenti conviviali

Oltre agli sforzi e fu, per me, conferma
Della rettezza della decisione
D’avere eletto volontaria ferma

In quella venerata Istituzione.
Tornati a Napoli, non rimaneva
Che prender la licenza di stagione;

L’estate ora scoppiata ci arrideva
Ma la valigia in mano, già sul treno,
Tolto il kepì… Un po’ di me piangeva

Non so perché, il gozzo come pieno
Di pece – sai – che brucia calda e lenta;
Un pianto strano, intimo, nemmeno

Contrito, l’espressione vaga e spenta
A mordere una lacrima incolore –
…Di cosa sa? – Di Niente. – E mi tormenta

Pensare a quali mete questo ardore
Mi sfidi e …verso quale posizione?
“Penultimo” – direbbe l’Istruttore,

“O Ultimo – ma tosto – …Cappellone!”.

___

Note:

  • Caronte…: ricorda l’immagine di Dante nel terzo canto della Divina Commedia.
  • Cappelle…Zak…rettile…serpe: Allievi del secondo anno.
  • Mak pi cento: “mancano solo cento giorni”, espressione del vocabolario dei congedanti.
  • Shoshoni: un riferimento all’ex-Allievo Rudi Unterthiner, emigrato negli anni ‘50 in America imboscato nella stiva di una nave, poi medico di fama al punto da diventare consulente del Presidente Americano Reagan, sposato con una donna Indiana della tribù degli Shoshoni.
  • Pow wow: cerimonia / grande Consiglio degli Indiani d’America.
  • Imperiali: i tamburi che battono la cadenza nella banda della Scuola, la Batteria Tamburi.
  • Più giovani e più antica: i più giovani soldati d’Italia e la più antica Scuola Militare (in servizio continuato) del mondo, dal 1787.
  • Penultimo: riferimento al Maestro Francesco Forlani 82-85, scrittore, filosofo, poeta… e Istruttore Anziano.
  • Ultimo: riferimento a Sergio De Caprio 76-79, a.k.a. Capitano “Ultimo”.

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F I N E

Imago de Commedia dell'Allievo.

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